Avieri della 46^ Brigata Aerea
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Lettera aperta al Direttore del Giornale La Stampa e il Foglio
a cura di
Salvatore RULLO.

 


 

Spett. Signor.  Direttore de La Stampa e Sign. Jas Gawronski. 

Spett. Signor   Direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara. 

Vi scrivo queste poche righe in riferimento al  racconto sul quotidiano – La Stampa riguardante gli avieri della 46^ Brigata Aerea ( della quale mi onoro di far parte dal 1980). 

Avete  sollevato un caso, prontamente ripreso dal quotidiano – Il Foglio - , dove si parla in forma ironica e scandalistica dei miei colleghi che, invece di alloggiare nella base di Manas in Kirghizistan, alloggiano in un albergo nei pressi della stessa.

La spiegazione, completa ed esauriente, della situazione data dall’Aeronautica dovrebbe avervi soddisfatto – spero -, ma in qualità di maresciallo della 46^ Brigata Aerea  e di delegato Co.Ce.r. dell’Aeronautica e soprattutto di cittadino con le stellette, mi sento di fare una breve osservazione sul presunto caso che si è voluto sollevare. 

La 46^ Brigata Aerea , ormai da moltissimi anni, è sempre in prima linea nello svolgimento di operazioni sia all’interno dei nostri confini che all’estero, dando  grande contributo e supporto a tutti gli interventi che hanno visto il nostro paese impegnato; tale contributo è stato svolto sempre con elevata professionalità e spirito di sacrificio riconosciuti in molte occasioni.

Purtroppo, anche noi, come altre forze armate, abbiamo pagato con un tributo di  vittime , cadute nell’assolvimento del loro dovere.

Mi lascia profondamente amareggiato che si parli dei miei colleghi, o dei militari in generale, citando presunte situazioni di privilegio, dimenticando o non occupandosi delle problematiche dei militari e soprattutto non considerando il rapporto tra la qualità delle operazioni svolte da tutti ed il costo delle stesse.

Lo stesso ministro della difesa ha più volte sottolineato che le spese per la difesa nel nostro paese  sono tra le più basse tra i maggiori paesi europei, quindi vi invito ad occuparvi, dando il vostro autorevole contributo, se lo ritenete utile ed opportuno, delle problematiche dei militari in un contesto più ampio e generale, non solo vedendo le pagliuzze negli occhi ma guardando alle travi che ostacolano la nostra crescita come appartenenti alle forze armate e come cittadini – con le stellette.

Cordiali saluti. 

Salvatore RULLO
s.rullo@tin.it



 

La rassegna Stampa

 

Giornale La Stampa del 28/11/2002

 

SOLDATI ITALIANI IN ALBERGO
MISSIONE A CINQUE STELLE



BISHKEK (Kirghizistan), 28/11/2002

MYRON Ashcroft è un generale della riserva che ai tempi dell´11 settembre era comandante della United Airlines. E quel giorno che un aereo della sua compagnia si schiantò sul Pentagono lui si trovava proprio lì a sbrigare alcune faccende. «Per me comandare questa base è una grande soddisfazione dopo la tragedia di cui sono stato testimone», dice. La base è attaccata all´aeroporto di Manas, alla periferia di Bishkek, capitale del Kirghizistan. Ha il compito di proteggere le forze di terra dell´Alleanza che operano in Afghanistan, con una dozzina di caccia F18 di varie nazionalità schierati inoperosi sull´unica pista, utilizzata anche dagli aerei civili. Nella base convivono contingenti di nove nazioni, circa mille soldati americani e ottocento di altri paesi. O meglio, dovrebbero convivere. Da qualche settimana è arrivato in avanscoperta a Bishkek un gruppo di venti militari italiani seguiti qualche giorno dopo da un'altra quarantina per un totale di circa sessanta, e due aerei Hercules per il trasporto umanitario verso l´Afghanistan. Appena atterrati si sono sistemati, come è normale in attesa di trasferirsi alla base, in un albergo, ed il fatto che fosse a 5 stelle può anche essere giustificabile in quei paesi un po´ disastrati. Poi ai gruppi si fanno sconti, quindi avranno pagato certo meno delle 350 mila lire a notte che costa normalmente la camera. Il guaio è che ci hanno preso gusto e hanno subito cercato di prolungare la loro permanenza in albergo per tutti i sei mesi del loro mandato, per poi far la spola con la base militare come impiegati che vanno a timbrare il cartellino. Manas certo non è un gran che: c´è un bar dove i militari possono consumare al massimo due birre la sera, o al mattino per quelli che lavorano di notte, c´è una palestra, un campo di pallavolo e varie file di tende, spartane ma tutte con aria condizionata. «Rispetto alle altre è una delle basi più comode», dice il generale. «Per quelli che arrivano dall´Afghanistan, poi, è un paradiso». E gli italiani dove sono finiti? «Qui il posto per loro era pronto, ma appena arrivati mi hanno comunicato che avrebbero preferito rimanere in albergo», risponde con un sorriso da cui emana involontariamente una traccia di ironia. E gli altri contingenti come si regolano in proposito? «I miei "boys" stanno sempre qui, al massimo fanno qualche giro in città, a gruppi, solo per qualche ora: mi preoccupa la loro sicurezza. Anche gli altri sono tutti qui, salvo sporadiche eccezioni». Lei è il comandante del campo. Potrebbe opporsi, proibire agli italiani di dormire in albergo? «Queste decisioni spettano ai comandanti nazionali. Preferisco tenermene fuori». Ma se lei giudica un comportamento sconveniente per lo spirito di cameratismo che dovrebbe regnare in una base, impone la sua volontà? «Non mi è mai successo di doverlo fare, al massimo ho discusso, ho sconsigliato». E come ha reagito alle pretese degli italiani? «Ho solo chiesto che quelli che devono decollare di notte vengano a dormire qui la sera prima, e quelli che atterrano di notte rimangano qui a dormire fino al mattino. Sa, meglio essere prudenti, evitare che girino al buio, può essere pericoloso, c'è il traffico, ci potrebbe essere una mucca che attraversa la strada...».
Jas Gawronski

 


 

Giornale La Stampa del 29/11/2002

 

LA MISSIONE IN KIRGHIZISTAN: IMBARAZZO E REAZIONI DOPO L´ARTICOLO SULLA «STAMPA»
«Soldati in hotel, costa meno»
L´aviazione conferma ma spiega: si risparmia



ROMA, 29/11/2002

Tutto vero: i cinquantasette tra piloti e tecnici dell´aeronautica militare che dal 1 ottobre sono di stanza a Manas, nel lontano Kirghizistan, alloggiano in albergo. Come raccontava ieri su questo giornale Jas Gawronski, i soldati italiani con la divisa blu dell´aviazione preferiscono andare e venire da un albergo che sorge nella vicina città di Bishkek, capitale del Paese ex sovietico che confina a nord con l´Afghanistan, piuttosto che attendarsi dentro la base aerea internazionale che è sorta a proseguimento dell´aeroporto civile di lì e che ospita soprattutto gente dell´Us Air Force. Ma l´aeronautica italiana difende questa sua scelta. «L´alloggiamento in campo - sostiene il portavoce, il colonnello Salva Gagliano - con il trasporto di materiali (mense, dormitori e quant´altro) avrebbe comportato costi superiori». Bando alle formalità, di questi tempi si guarda ai conti. Ed è quanto ha spiegato anche il ministro Antonio Martino direttamente a Giuliano Ferrara, ieri, dopo che il direttore del «Foglio» aveva ironizzato pesantemente ai microfoni di una radio privata sul «nostro esercito da burletta». E´ vero - questo il ragionamento del ministro della Difesa - che sembrerà brutto vedere bivaccare in albergo i piloti mandati in Asia centrale a supporto dei soldati di terra che stanno in Afghanistan. Loro sì in condizioni disagiate. Ma paradossalmente questa dell´hotel è la soluzione più semplice e la meno costosa. Ed ecco i conti, per come l´Aeronautica li presenta: «Il prezzo concordato con gli operatori locali prevede una retta giornaliera di circa 90 dollari statunitensi per l´alloggio. Tale soluzione consente la riduzione del contingente di almeno 15 uomini, vale a dire il personale necessario per la gestione della struttura logistica a Manas. A questo va aggiunto il risparmio assicurato dal mancato trasporto in loco delle strutture logistiche». Il conto finale, dunque, è presto fatto: considerando 57 posti letto, soltanto di albergo si spendono almeno 5130 dollari al giorno (cinquemila euro, circa dieci milioni di vecchie lire). Se poi si moltiplica la spesa per i previsti sei mesi di missione, sarà una fattura da 923 mila dollari (un miliardo e ottocento milioni di lire). Chiaro poi che oltre l´alloggio ci sarà tutto il resto. Sull´altro piatto della bilancia, ci tiene però a sottolineare l´Aeronautica, va considerato il risparmio di uomini, di materiali, di trasporti. Anche un piccolo gruppo come quello di Manas, ribattezzato Quinto Reparto operativo, una costola della 46° brigata aerea di Pisa, con due aerei da trasporti C130, piloti e tecnici al seguito, ha i suoi costi logistici. Troppo spesso, infatti, spiegano negli stati maggiori, si dimentica che il soldato non è soltanto l´uomo (e ora ci sono anche le donne) di prima linea. Dietro di lui c´è sempre un´immensa macchina tecnica e logistica. Che ha un costo non indifferente. «Vale sempre - dice un alto ufficiale - la vecchia regola: il soldato che non mangia, non combatte». Nelle nostre forze armate, però, vale anche una seconda regola non scritta, interiorizzata dopo la dura lezione della seconda guerra mondiale: mai più con le scarpe di cartone nella neve. Ecco dunque che per le cosiddette «missioni fuori area», cioé in quelle lontane regioni dove i nostri soldati sono richiesti da doveri di coalizione o da impegni con le Nazioni Unite, non si guarda troppo al risparmio. Quando si valutano i costi della missione, si mette in preventivo qualche soldo in più in forniture, alberghi e ristoranti per fare contenti i governi ospitanti e le popolazioni locali. «Questa volta - dice ancora l´Aeronautica - si è valutato che la soluzione migliore fosse quella di una pragmatica scelta di "outsorcing" che permetteva di assicurare un equilibrato compromesso tra condizioni operative e la gestione delle risorse umane e finanziarie ». Discorsi da manager. Ma in fondo questo è anche il linguaggio che piace al ministro, economista di formazione liberista. Quanto al lavoro che stanno svolgendo in Kirghizistan, i piloti italiani, al comando del tenente colonnello Fausto Braghieri, hanno l´incarico di fare la spola tra la grande base di Enduring Freedom e gli aeroporti di Bagram e Kabul.
Francesco Grignetti
 


 

 

 

 

 

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