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"Solo
pareri precostituiti Ciampi stabilisca la verità"
Appello dei famigliari delle vittime al
presidente
le reazioni
ROMA - «Che sarebbe finita male lo avevamo capito
dalla prima volta che abbiamo conosciuto Mandelli. Ci aveva detto: "Sono più
preoccupato dello smog nel centro di Roma che dell'uranio impoverito in
Bosnia"». Falco Accame è una furia. L'ex ammiraglio e presidente
dell'associazione nazionale delle vittime nelle forze armate organizza domani
una conferenza pubblica per attaccare il rapporto della commissione. Ha chiamato
a raccolta scienziati e famigliari dei soldati ammalati o morti di tumore per
dire come i dati comunicati ieri non corrispondano al vero. «I casi di tumore
sono in totale 80 e non 28». Secondo Accame, il metodo di analisi utilizzato da
Mandelli induce in «macroscopici errori di valutazione». «Neanche Trilussa -
conclude - avrebbe fatto statistiche così confuse».
Il maresciallo Domenico Leggieri, che pure si occupa di militari malati,
osserva: «Mandelli ha riconosciuto che la casistica è al di sopra della media».
Sia Leggieri che Accame meditano un'azione legale per ottenere dal ministero
della Difesa una maggiore trasparenza amministrativa sui documenti che
riguardano le vittime. «C'è gente che muore e altra che soffre ma il ministro
non ha ancora voluto fornirci un quadro generale della situazione. Le
istituzioni latitano». Un appello a Ciampi è stato rivolto da Amalia Trolio,
presidente dell'Angesol, l'associazione dei genitori dei soldati in servizio di
leva. «La commissione Mandelli - sostiene Trolio - non ha valutato le concause
e ha assolto l'uranio. Ha espresso pareri precostituiti, poiché il ministero
della Difesa, che l'ha disposta, è uno dei responsabili di quanto accaduto».
L'Angesol chiede che vengano istituite altre commissioni che valutino non solo
il problema dell'uranio, ma anche quello dei vaccini e di altre possibili
contaminazioni.
FORZE
DI POLIZIA
e
FF.AA.:
BRESSA AL COCER,
SE
NON VOLETE BENEFICI…
25/1/2001
VEDREMO
SE CONTRATTO POTRA’ ESSERE APPLICATO SOLO A FORZE DI POLIZIA Roma,
gen. (Adnkronos)
Il
sottosegretario alla Funzione Pubblica, Gianclaudio Bressa, replica al Cocer
delle Forze Armate, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza sul contratto del
comparto sicurezza. “La normativa vigente – spiega – prevede che il
“contratto” del personale del comparto sicurezza venga recepito con Dpr, per
la cui emanazione non è previsto l’obbligo della firma in considerazione
della peculiarità ordinamentale di tale personale che, infatti, non è stato
contrattualizzato”.
a cura di
ã
SPEEDO
CORRIERE
DELLA SERA: 04/2/2001
Le analisi
diranno se contiene parti a rischio
Bse: stop alla carne in scatola in caserma
Bandita per un mese per effettuare controlli sull’eventuale presenza del morbo
della mucca pazza
ROMA - Il morbo della mucca pazza fa un’altra vittima: la carne in
scatola utilizzata dall’esercito. La carne in scatola nelle caserme è
stata infatti bandita per 30 giorni su ordine dello stato maggiore
dell’esercito.
STOP PER 30 GIORNI - «A scopo cautelativo - scrive l'Ispettore logistico
dell'esercito - si dispone la sospensione di distribuzione ed e impiego per
30 giorni dei prodotti di carne, scatolette contenenti carne bovina giacenti
presso i magazzini della forza armata». L'ordine dell'autorità militare
è stato confermato da fonti del Ministero della Difesa, le quali hanno
aggiunto di aver inviato una richiesta di parere al Ministero della Sanità,
che dovrebbe arrivare nei 30 giorni di sospensione.
Le carni bovine in scatola, seppure sottoposte a tutte le norme sanitarie, sono
state inscatolate da ditte italiane prima del decreto del governo che vieta
l'utilizzo di alcune parti considerate a rischio. La loro scadenza è di
5 anni quindi le carni consumate attualmente possono risalire al '96.
SI ATTENDE IL PARERE DELLA SANITA’ - Sono 749 mila le confezioni di
carne in scatola accantonate dall'Esercito in tutte le caserme del
territorio nazionale, ma anche presso i reparti impiegati all'estero. Il valore
stimato è di circa 2 miliardi di lire.
Le confezioni - da 200 grammi - saranno conservate in attesa del parere del
Ministero della Sanità sulla sospensiva. Se ci sarà il via libera saranno
nuovamente distribuite normalmente; in caso contrario saranno distrutte. Le
stesse fonti militari hanno evidenziato che da tempo la carne in scatola non
viene usata nelle mense delle caserme, mentre fa parte della «razione k» per i militari in missione.
CORRIERE
DELLA SERA: 25/1/2001
Bassanini:
«Se il Cavaliere promette aumenti maggiori è solo un politicante demagogo»
Polizie, i Cocer
bocciano il contratto e vanno da Berlusconi
I rappresentanti di
base di esercito, marina e aeronautica: respingiamo la proposta del governo
-
- ROMA - Il ministro dell’Interno, Enzo Bianco, parla di «passo
fondamentale per la sicurezza dei cittadini», ma il rinnovo del contratto
per le forze di polizia è stato sottoscritto soltanto da una parte del
sindacato. Hanno detto "no" il Sap, il Lisipo, l’Associazione
funzionari e tutti i Cocer: esercito, marina, aeronautica, carabinieri e
guardia di finanza. Un fronte della protesta che rappresenta i due terzi del
settore. Nel pomeriggio proprio i rappresentanti dei Cocer sono stati
ricevuti da Silvio Berlusconi e tanto è bastato per scatenare la reazione
di esponenti del governo e della maggioranza. «Se Berlusconi prometterà
aumenti retributivi maggiori - dichiara il ministro della Funzione pubblica,
Franco Bassanini - dimostrerà di essere un politicante demagogo, pronto a
dire tutto e il contrario di tutto pur di raccogliere qualche voto in più».
Rincara la dose il coordinatore della segreteria della Quercia, Pietro
Folena. «Trovo veramente preoccupante - afferma - il fatto che un
personaggio che si candida, anche se non lo sarà, a capo del governo
strumentalizzi così pesantemente organi di rappresentanza militari
spingendoli ad assumere posizioni politiche rigettando un rinnovo
contrattuale di enorme rilievo». La replica del leader del Polo è
lapidaria: «Non è logico che un ministro rivolga al capo
dell’opposizione democratica delle minacce, come lui ha fatto». Ai Cocer,
come riferisce il delegato dell’Esercito Carlo Giuliana alla fine
dell’incontro, promette poi che «se e quando diventerà presidente del
Consiglio si occuperà dei nostri problemi, non solo economici, ma anche
organizzativi».
Le sigle che non hanno firmato sono pronte a far valere le proprie ragioni.
«La proposta del governo - affermano in una nota i Cocer di esercito,
marina e aeronautica - va respinta con sdegno perché è assolutamente
insufficiente a fronte delle minime aspettative e richieste del personale.
La cartina di tornasole del gradimento del mondo militare sarà la prossima
primavera». Nettamente contrari anche numerosi rappresentanti della
polizia. Secondo il Sap «il Paese e la sicurezza dei cittadini hanno
bisogno di forze di polizia efficienti e preparate, ma soprattutto motivate
e trattate con minore approssimazione», per la federazione
Lisipo-Sodipo-Anfp la «risposta che è stata data all'esigenza di un
adeguamento delle retribuzioni è illusoria e per certi versi addirittura
umiliante. Si aggravano le condizioni di appiattimento retributivo, si
demotivano i quadri direttivi e si creano le premesse per profonde e
ingestibili spaccature all'interno di ciascuna forza di polizia».
Di tutt’altro parere i rappresentanti del Siulp e della Silp-Cgil, che
definiscono «equo» l'accordo raggiunto e riconoscono «a questo esecutivo,
che pure abbiamo aspramente contestato, di aver dimostrato coi fatti di
essere sensibile ai problemi dei poliziotti e pronto a ritornare sulle
proprie decisioni quando queste sono apparse inadeguate».
INTESA
CONTESTATA
Forze dell’ordine, guerra sul contratto
Firmato solo da uno su 4. I Cocer ricevuti da
Berlusconi, Bassanini: «Demagogia»
di CARLO MERCURI
ROMA - E’ stato firmato il nuovo contratto del personale del comparto
Sicurezza. Quello che riguarda, cioè, i lavoratori delle Forze armate e delle
Forze di Polizia, sia a ordinamento militare che civile. Un numero di
"speciali" lavoratori che, in Italia, supera le 400 mila unità. Del
totale dei 400 mila, hanno sottoscritto il contratto organizzazioni
rappresentative di poco più di 100 mila persone. E’ passato dunque un
contratto firmato solo da un quarto del personale. Converrà partire da qui.
Secondo il sottosegretario Gianclaudio Bressa, che è poi il capo della
delegazione governativa che ha condotto le trattative, «la firma per il rinnovo
del contratto del personale del comparto Sicurezza è motivo di soddisfazione.
Nella Finanziaria sono stati stanziati 1936 miliardi, più di quanti ne avesse
chiesti l’opposizione. Ci saranno centounomila lire nette al mese in più per
il livello salariale minimo. Per i livelli più alti si può arrivare perfino a
350 mila lire al mese in più. Non se ne trovano tanti, sia nel pubblico che nel
privato, di contratti del genere. Capisco, tuttavia, lo scontento delle Forze
armate - dice Bressa - L’indennità accessoria, la cosiddetta "Alta
valenza operativa", viene percepita solo da un terzo del personale. Restano
penalizzate circa 70 mila persone, c’è un’evidente sperequazione. I Cocer
dei carabinieri e della Finanza poi, protestano per la proposta di decreto sul
riordino delle carriere e hanno posto come condizione per la firma la modifica
di quel decreto. Il Governo ha comunque presentato un emendamento su un
provvedimento in discussione alla Camera la prossima settimana. L’obiettivo è
quello di riconoscere la peculiarità del comparto Sicurezza organizzando le
carriere non più sui livelli, come per il pubblico impiego, ma secondo la
logica dei gradi».
Bressa, dunque, si è detto soddisfatto per il lavoro svolto, così come
soddisfatti si sono detti i ministri Bassanini e Bianco. Gli esponenti del
Governo hanno tuttavia mostrato un certo fastidio quando la nutrita delegazione
di "scontenti" (i rappresentanti di coloro che non hanno firmato il
contratto) si è recata in visita da Silvio Berlusconi, capo dell’opposizione.
Bassanini ha così commentato: «Berlusconi ha convocato le organizzazioni
sindacali del comparto Sicurezza. Si tratta, credo, dello stesso Berlusconi che
domenica ha ripetutamente annunciato di voler tagliare del 30 per cento le spese
di gestione delle amministrazioni pubbliche. Queste spese sono per oltre due
terzi spese per il personale. Dunque Berlusconi propone di ridurre drasticamente
le retribuzioni del settore pubblico, non certo di incrementarle».
Silvio Berlusconi ha risposto: «Bassanini fa un’intemerata fuori luogo e
ribalta la realtà. Non ho mai detto che abbasseremo del 30 per cento le spese
della pubblica amministrazione. Se l’avessi detto, sarei stato fuori di senno.
Stia tranquillo - ha continuato Berlusconi rivolto a Bassanini - Noi intendiamo
mettere mano al comparto delle Forze dell’Ordine per cambiare completamente
l’organizzazione partendo da una diversa filosofia che è la difesa dei
cittadini e la prevenzione dei reati, anziché la repressione».
Commenti soddisfatti si registrano, in Polizia, da parte delle sigle che hanno
sottoscritto l’accordo (Siulp, Silp-Cgil, Usp e Coisp). Il segretario
del’Usp, Giampaolo Tronci, l’ha definito «il migliore dal 1981 in poi».
Giovanni Aliquò, segretario dei Funzionari, ha invece affermato: «Ancora una
volta questo Governo ha preso a calci tutti coloro che quotidianamente rischiano
la vita per garantire l’ordine e la pace».
L'Arena
di Verona, Bresciaoggi e Giornale di Vicenza
del 23/1/2001
Sergenti e Marescialli sul piede di
Guerra!
Non
bastasse la paura per l’uranio impoverito, nelle forze armate ora soffia forte
il vento della protesta per un progetto di riordino delle carriere dei
sottufficiali all’esame del governo <<Baffi>> e
<<Binari>>, sergenti e marescialli sono sul piede di guerra per un
intervento che, a loro avviso, rallenta gli avanzamenti di carriera e li
penalizza sotto il profilo economico.
E cosi’ la protesta si è organizzata e attraverso il portale di
militari presenti un po’ in tutta Italia, ha inondato di fax e di telegrammi
la presidenza del Consiglio per chiedere uno stop alla proposta di riordino
delle carriere elaborata dallo Stato maggiore della Difesa.
Almeno 20.000
le lettere inviate a Roma negli ultimi giorni, soprattutto dal Triveneto, a
conferma del disagio con cui i sottufficiali guardano a questa riforma. Tra gli
aspetti maggiormente criticati, l’Sideweb lamenta la mancata semplificazione
della catena gerarchica: <<Anziché
semplificare
la catena gerarchica riducendo il numero dei gradi, tale proposta prevede un
aumento dei gradi, introducendo nuovo figure al vertice della categoria senza
pero’ associarvi un adeguato riconoscimento funzionale ed economico>>.
Per non dire, aggiungo, della mancata parificazione con l’arma dei
carabinieri.
A differenza poi di quanto avviene per gli ufficiali, lamenta l’Sideweb,
<<non vengono minimamente tenute in considerazione le anzianità>>.
In
piu’, accusa l’Sideweb <<viene istituito il pericoloso principio
secondo cui il trattamento economico del sottufficiale avrebbe un legame diretto
con le note caratteristiche e con le sanzioni disciplinari.
Tale
principio non puo’ che condurre ad ancora piu’ insostenibili sperequazioni
ed ingiustizie, attribuendo una facoltà diretta ai superiori di decidere sul
trattamento economico dei subordinati, senza che vi siano le necessarie garanzie
di equità>>.
CORRIERE
DELLA SERA- 20/1/2001
CAMBIANO
I VERTICI MILITARI
Ieri
le decisioni del Consiglio dei ministri: proroga per i Carabinieri, slitta anche
il rinnovo del comando dell’Aeronautica Nuovi vertici militari, all’Arma
resta Siracusa Mosca Moschini capo di Stato Maggiore, De Donno alla Marina,
Zignani alla Guardia di Finanza
-
- ROMA - Con i suoi modi pacati, lo stile soft, Sergio Mattarella, ministro
della Difesa, è riuscito a far passare le nomine dei capi militari senza la
minima polemica. Basti pensare al putiferio che si scatenò l'anno scorso,
quando fu deciso di lasciare Sergio Siracusa per altri 12 mesi al comando
generale dei Carabinieri. Il Consiglio dei ministri di ieri, con largo
anticipo sulla scadenza (il 1° aprile), ha concesso a Siracusa un ulteriore
periodo di 12 mesi. E tutti zitti. Questo perché, secondo il
sottosegretario alla Difesa Massimo Ostillio, «anche il Polo riconosce
la professionalità delle persone scelte». In effetti Rolando Mosca
Moschini va a occupare la poltrona di capo di Stato maggiore della Difesa
sospinto da un coro di consensi. Lascia il comando generale della Guardia di
finanza, ma dovrà aspettare il 2 aprile prima di assumere il nuovo incarico
perché all'attuale numero uno della Difesa, Mario Arpino, sono stati
concessi un paio di mesi di proroga. Per dargli l’opportunità di
concorrere, mentre è ancora in carica, alla presidenza del comitato
militare europeo, che verrà assegnata nella seconda metà di marzo.
E’ un incarico di assoluto prestigio, previsto dal nascente esercito
europeo. Il titolare avrà il controllo sui capi di Stato maggiore della
Difesa di tutti i Paesi della Comunità. Non è detto che Arpino la spunti.
Sono dalla sua parte francesi e inglesi, mentre i tedeschi appaiono
perplessi e anche i belgi nicchiano. Il timore dei contrari è che nelle
Forze armate internazionali l'Italia finisca col diventare sovraesposta. Il
comandante della Kfor nel Kosovo è italiano. Il capo del comitato militare
della Nato è l’ammiraglio Guido Venturoni. Un terzo uomo ai vertici è un
po’ difficile da digerire.
Ad ogni modo, la pur breve proroga accordata al generale Arpino ha fatto
puntare i piedi ad Andrea Fornasiero, capo di Stato maggiore
dell'Aeronautica. La sua carriera si sarebbe dovuta concludere il 2
febbraio. Ma ha fatto sapere di aspettarsi anche lui un prolungamento dell’incarico,
altrimenti temeva che all’esterno il suo pensionamento sarebbe stato messo
in relazione con il caso uranio impoverito. E lui non voleva apparire come l’unica
vittima di questa brutta faccenda.
Resterà ancora sei mesi al suo posto. Dovrà portare pazienza Sandro
Ferracuti, capo della squadra aerea, che era l’unico candidato alla
successione. Anche un altro elemento imprevisto ha reso necessaria per
adesso la sua permanenza alla guida della squadra aerea: impossibile un
accordo sul sostituto.
Il sottosegretario alla Difesa Marco Minniti premeva per dare quell’incarico
al generale Leonardo Tricarico, consigliere militare di Palazzo Chigi. Ma
buoni sponsor aveva anche il generale De Carolis.
Tutto liscio invece alla Marina. A metà febbraio va in pensione l’ammiraglio
Umberto Guarnieri. Lascia la poltrona di capo di Stato maggiore
all'ammiraglio Marcello De Donno, attuale capo della squadra navale, cognato
dell’ex ministro e adesso sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone (An).
Un altro uomo della Marina, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, prosegue la
sua scalata. Da capo di gabinetto del ministro va in un altro posto chiave,
la segreteria generale della Difesa con competenza sugli armamenti, lasciata
libera da Alberto Zignani che sostituisce Mosca Moschini al comando della
Finanza. Ma Di Paola, che è giovanissimo, ha esperienze internazionali e
parla 7 lingue, sembra destinato fra 3 anni a vestire la divisa di capo di
Stato maggiore della Difesa.
LA NAZIONE - 19/1/2001
La rivolta dei
Sottufficiali
<<Presi in giro dallo
Stato>>
di
Cecilia Marzotti
SIENA.
– In
20.000, stretti nella divisa da sottufficiali, si stanno rivolgendo al governo.
In silenzio, ma con tanta delusione verso uno stato che prima li ha
<dimenticati> in Libano, in Somalia, dando loro stivaletti di gomma
nonostante i 50 gradi, poi nei Balcani dove, ignari, hanno respirato le polveri
dell’uranio impoverito. E ora si sentono <presi in giro> dalla legge sul
riordino dei gradi. I 20.000 hanno cosi’ preso carta e penna (non possono
scendere in piazza come altri lavoratori) e da giorni intasano i fax della
presidenza del consiglio dei ministri per dire <no> a una norma che
definiscono un bluff e che, invece, avrebbe dovuto dare loro un po’ di
gratificazione dopo tanti anni trascorsi a dire <Signorsì comandi>. Le
lettere arrivano da tutta Italia: da Firenze a Bologna, da Siena a Pesaro, da
Milano a Roma. Un maresciallo capo, ad esempio, con 25 anni di servizio prende 2
milioni e mezzo al mese. Ebbene oggi lui, come tutti gli altri suoi colleghi, si
sentono <umiliati>. E scrivono: <E’ stato imitato l’esercito
borbonico: quando il popolo si lamenta, aumentiamo la paga ai generali>.
Infatti per questi ultimi è stato deciso un aumento annuo di 12.600.000, contro
gli 8.100.000 per i colonnelli e 500.000 (sempre annue e lorde) per i
sottufficiali. <Poi ci parlano di nonnismo – si legge in una lettera -,
proprio loro>. Dunque è proprio il caso di dire, a fronte di questa norma
che ha scosso nelle fondamenta i 20.000 sottufficiali dell’esercito italiano,
che è piu’ facile diventare colonnello che luogotenente. Un grado quest’ultimo,
già dato ai carabinieri. Ma quanti oggi hanno 40 anni e sono marescialli,
difficilmente raggiungeranno questo grado, nonostante note caratteristiche
eccellenti e nessuna sanzione. E oggi questi 20.000, stretti nella loro divisa,
non possono far altro che scrivere a palazzo Chigi sperando di non essere ancora
una volta dimenticati dal loro Stato. Una rivolta silenziosa, anche se portata
avanti con rabbia. La rabbia degli umiliati e degli insoddisfatti dal decreto
sul riordino delle carriere dei sottufficiali e volontari delle forze armate. .
Se la norma passerà, sostengono gli interessati, <così come è stata
formulata non ci daranno nulla. Non c’è scelta. E’ assurdo, ma tutto questo
sta accadendo. Siamo stati ancora una volta dimenticati>.
IL
NUOVO - 15/01/2001
RAADARISTI
A RISCHIO DEL CANCRO!
BERLINO -
Sessantanove malati di cancro, di cui 24 già morti, e forse si tratta
solo della punta di un iceberg. Un autentico bollettino di guerra giunge dalla
Germania, questa volta però sotto accusa non sono i proiettili all’uranio
impoverito, ma normalissimi radar militari. Finora, almeno ufficialmente,
ritenuti innocui. A lanciare l’allarme è stata il secondo canale televisivo
pubblico “Zdf”: l’emittente cita uno studio - in un primo tempo
negato, poi confermato dallo stesso ministro della Difesa Rudolf Scharping - che
dimostra scientificamente come nel corso di 25-30 anni i militari addetti ai
radar siano stati esposti, senza alcuna protezione, a raggi X, un “sottoprodotto”
dei raggi emessi dal radar. I risultati sono gravi danni alla salute dei
soldati, i sessantanove casi rintracciati sono soltanto un campione,
complessivamente il numero di militari esposti in questi anni alle radiazioni si
aggira intorno alle 900 unità. L’età media delle morti di cancro - si parla
di leucemia, tumori cerebrali, cancro ai nodi linfatici, carcinomi polmonari -
è di soli 40 anni.
Secondo lo studio citato dalla “Zdf”, già alla fine degli anni
Cinquanta la Bundeswehr era al corrente dei rischi per i soldati, ma non aveva
mai preso alcuna misura di
protezione. Ancora negli anni Novanta i valori massimi sono stati superati ad
esempio nel sistema di difesa Patriot.
“Con
sicurezza - si legge nello studio - si può affermare che le soglie di
tolleranza massima sono state ampiamente superate. I soldati non sono stati né
informati né protetti”. Secondo la “Zdf” lo studio era già da due
anni in possesso delle autorità militari, che però l’avevano tenuto sotto
chiave.
Una
pesantissima accusa, cominciano a fioccare le denunce degli ex milari
danneggiati. Il primo è l’ex sottoufficiale addetto ai radar Peter Rasch,
oggi cinquantanovenne, che negli anni Sessanta si ammalò 39 volte in soli
quattro anni, i medici non riuscirono mai a trovare le cause. Più tardi al
sottoufficiale fu scoperto un tumore al polmone, fortunatamente guarito da una
tempestiva chemioterapia. Rasch ha in mano documenti che dimostrano che già nel
1958 il suo posto di lavoro era stato ispezionato dalle autorità locali,
raccomandando ai vertici militari di porre protezioni di piombo intorno alle
apparecchiature. Ancora nel 1992 una misurazione aveva rivelato valori 15 volte
superiori ai livelli di guardia.
Il
ministro Scharping ha ammesso l’esistenza dello studio: “Il numero dei casi
registrati è davvero drammatico” - ha detto. Scharping ha chiesto che i tempi
dei tempi brevi per i risarcimenti, ma ha difeso il suo dicastero: “Già nel
1962 - ha detto - furono diramate istruzioni di protezione, riprese dalla Nato
nel 1978 e solo nel 1984 dalle autorità civili”.
Adesso però si pone un dubbio drammatico: gli impianti radar tedeschi sono
spesso analoghi a quelli usati in altri paesi della Nato, Italia inclusa. E se
anche altrove non fu usata alcuna protezione, il caso tedesco dei radar potrebbe
diventare - come già mucca pazza e i proiettili all’uranio - un caso europeo.
FORZE
ARMATE, SI CAMBIA
In ascesa Mosca Moschini
10/01/2001
ROMA.
Il caso dell'uranio impoverito rischia di mandare a casa prima del previsto i
capi militari. Nel giro di un mese arrivano a scadenza gli incarichi del capo di
Stato maggiore della Diffesa, Mario Arpino, della Marina, Umberto Guarnieri,
dell'esercito, Francesco cervoni, e dell'Aeronautica, Andrea Fornasiero.
In
un primo tempo si pensava di prorogare di sei mesi la fine del mandato in attesa
delle elezioni. Ora pero', dopo le polemiche per i proiettili all'uranio, il
governo sarebbe intenzionato a non concedere proroghe. Il cambio dei vertici
dovrebbe avvenire alla scadenza naturale. Su questo c'è anche l'accordo dei
leader del Polo. Mentre alcuni, come ieri i Verdi, chiedono di far piazza pulita
subito. Il sostituto di Arpino al vertice della Difesa sarà sicuramente il
generale Rolando Mosca Moschini, attuale comandante della Guardia di Finanza.
Ieri, Mosca Moschini ha avuto un incontro con il ministro delle Finanze Visco,
insieme con loro c'era anche il generale Alberto Zignani, segretario generale
della Difesa. Ed è sembrato un cambio della guardia, perche' Zignani dovrebbe
diventare comandante della Finanza. Al posto di Zignani andrebbe l'Ammiraglio
Giampaolo di Paola, attuale capo di gabinetto del ministro della Difesa. Per
Arpino si prospetterebbe un incarico nell'ambito della Difesa Europea.
IL
CORRIERE DELLA SERA
04/01/2001
IL
RETROSCENA
E i generali temono di
perdere i volontari
ROMA
- «Siamo in piena paranoia. Ma se questa psicosi dilaga, rischiamo grosso».
Nei palazzi della Difesa in via XX Settembre si incontrano solo facce scure.
Capi militari preoccupati perché cominciano a temere che la «sindrome dei
Balcani» possa avere conseguenze gravi, fino a minare l'intera riforma delle
Forze armate. «Se va avanti così - dicono - e se prende piede un senso di
paura irrazionale, c’è il rischio che nessuno voglia più fare il volontario.
E per riempire le caserme dovremo ripristinare la leva». C’è frustrazione.
Ma non per tutti. «Noi non siamo demoralizzati. Siamo fortemente arrabbiati»,
sibilano alcuni ufficiali dello Stato maggiore Esercito. Il loro capo, Francesco
Cervoni, è stato messo da qualche politico sul banco degli accusati. Dicono sia
colpevole di aver mandato i militari allo sbaraglio nei Balcani, senza
avvertirli dei pericoli ai quali andavano incontro. Chi lancia queste accuse -
martellano gli ufficiali - parla a vanvera: «Non sa che noi dello Stato
maggiore avevamo le notizie sui proiettili all'uranio e le abbiamo comunicate
agli uomini diretti in Kosovo, indicando anche tutte le precauzioni da prendere.
Siamo arrabbiati e offesi». Per l'intervento in Bosnia, invece, il problema
uranio non si pose «perché agli americani è mancata un po' di giusta
iniziativa, di capacità di comunicazione per far sapere agli altri che
avrebbero usato quei dardi». Come dire: in quel caso non ci potete accusare di
nulla perché noi stessi ignoravamo.
A Valdo Spini, presidente della commissione Difesa della Camera, lo sdegno degli
ufficiali sembra comprensibile. Anche se considera assurda l'ipotesi di un
ripristino della leva, perché «nelle missioni di pace all'estero non si
possono mandare ragazzi impreparati, c'è bisogno di professionisti». Spini,
però, pone il problema di come mettere fine a tutto questo turbine che ha di
colpo sconvolto l'ambiente militare, abituato negli ultimi tempi a godersi gli
allori delle missioni di pace. «Il governo - secondo Spini - sta perdendo
troppo tempo. Bisogna mettere un freno immediato a tutta questa grande
confusione. Per esempio, la commissione scientifica deve dire subito se, in base
ai dati epidemiologici, è normale che su 60 mila uomini passati per i Balcani
ci siano 5 o 6 vittime. Siamo nella media nazionale delle malattie tumorali o
no?». Non abbiamo, dice Spini, «una sola certezza e troppa gente straparla:
uno stop ci vuole. Altrimenti andiamo incontro a pesanti conseguenze.
IL
CORRIERE DELLA SERA
04/01/2001
Il
comitato politico Nato affronterà la questione il 9 gennaio
Uranio, Prodi: «La verità anche sui civili»
Il presidente della Commissione Ue ha detto che l’Europa deve fare chiarezza
e assumersi le sue responsabilità
ROMA — La Commissione europea dovrà accertare la verità
sulle conseguenze dell'uso di proiettili all'uranio impoverito nei
Balcani. Lo ha detto il presidente della Commissione Ue Romano Prodi
intervenendo in una trasmissione radiofonica della Rai.
«Voglio che si accerti la verità - ha detto Prodi - non solo sui
nostri soldati, ma anche su chi viveva vicino a loro, sui civili.
Come presidente della Commissione - ha aggiunto - proporrò di avviare
rapporti immediati con i governi di Bosnia e Serbia per parlare con
loro dell'inquinamento e dei problemi legati all'uranio impoverito».
La responsabilità della futura politica verso i Balcani, ha
sottolineato Prodi, «è nostra, è europea e non degli Stati Uniti. Se
vogliamo costruire un futuro di pace dobbiamo assumerci le nostre
responsabilità».
LA NATO NE DISCUTERA’ IL 9 GENNAIO - La Nato si è dichiarata disponibile
a fornire tutte le informazioni raccolte in merito alle possibili contaminazioni
da uranio impoverito e ha annunciato che affronterà la questione nel
comitato politico che si svolgerà il prossimo 9 gennaio. «La Nato prenderà
tutte le misure necessarie per fornire le informazioni che
l'Italia richiede», ha detto da Bruxelles una portavoce dell'Alleanza
atlantica che ha anche riferito di un’inchiesta avviata sulla vicenda ma ha
poi aggiunto che non esistono prove certe sul legame tra cancro, melanona,
leucemia e l’uso di uranio impoverito.
CIAMPI HA TELEFONATO A MATTARELLA — Anche il presidente della
Repubblica è preoccupato per le morti sospette dei reduci del Kosovo e
della Bosnia che sarebbero legate all'uso dell'uranio impoverito. Carlo
Azeglio Ciampi ha telefonato al ministro della Difesa, Mattarella,
per chiedergli informazioni sugli sviluppi dell'azione di governo a
proposito degli accertamenti relativi al sospetto di contaminazione da uranio
nelle operazioni militari svoltesi nei Balcani.
SONO SEI I MILITARI ITALIANI MORTI — I morti su cui grava il sospetto
di contaminazione da «uranio impoverito» sono sei. L'ultima vittima
è Salvatore Carbonaro, 24 anni, di Floridia (Siracusa). Due missioni in
Bosnia alle spalle, Carbonaro è morto nella notte tra il 5 e il 6 novembre
scorsi nel reparto di ematologia dell'ospedale San Matteo. Un decesso provocato
ufficialmente da una leucemia. Ma altre sei nuove segnalazioni di militari
malati, si sono aggiunte alle decine dei giorni scorsi (si parla addirittura
di quaranta).
Da
Parigi un nuovo appello alla Nato per fare chiarezza
«Sindrome dei Balcani» paura in Europa
Quattro casi di leucemia anche in Francia mentre si indaga sulla morte sospetta
di un pilota di elicotteri ceco
PARIGI - Si estende in tutta Europa la paura per la
cosiddetta «sindrome dei Balcani». Quattro soldati francesi sono
attualmente ricoverati per leucemia negli ospedali militari. Il sospetto
è che la loro malattia dipenda dalla possibile contaminazione con l’uranio
impoverito, utilizzato nei proiettili usati dalla Nato nella ex-Jugoslavia. Lo
ha annunciato il portavoce del Ministero della Difesa, Jean-Francois Bureau.
Il portavoce ha riferito che il ministro Alain Richard ha disposto l'avvio di
«esami per stabilire se vi siano eventuali relazioni tra questi
casi di leucemia e la permanenza dei soldati nei Balcani».
Secondo Richard le loro condizioni sono «tranquillizzanti», anche se
per motivi di privacy non vengono fornite ulteriori informazioni. Anche Parigi
vuole comunque che sia fatta chiarezza su questa vicenda e lo stesso ministro
della Difesa ha chiesto agli americani di «essere trasparenti» su questo
tema.
SOSPETTI PER LA MORTE DI UN MILITARE CECO — Un pilota di elicottero
ceco è morto un anno fa poco dopo essere tornato da una missione
in Bosnia e, secondo quanto scrive oggi il quotidiano «Mlada fronta Dnes»,
potrebbe trattarsi di una vittima della cosiddetta «Sindrome dei
Balcani». Secondo il racconto del comandante dell'elicottero, Jaromir
Dolezal, il pilota, Michal Martinak, della base aerea di Kbely, presso
Praga, dopo aver effettuato una missione di un giorno in Bosnia fu fatto tornare
in patria dopo che un esame medico aveva rivelato una «disfunzione
del sistema sanguigno».
PRIMA DELLA MISSIONE ERA SANO — Il pilota, secondo quanto sostiene il
suo comandante, aveva già effettuato lo stesso esame prima della
partenza per la missione. Il capo del servizio sanitario dell'Esercito,
il generale Jan Petras, ha già annunciato la creazione di una commissione
d'inchiesta per investigare sulla morte di Martinak. Secondo il generale,
gli effetti radioattivi dell'uranio impoverito sono comunque
insignificanti. Egli ha anche spiegato che i soldati cechi vengono
sottoposti ad esami medici completi prima e dopo ogni missione.
03/01/2001
Radio Capital
Uranio
impoverito, la Nato pronta a fornire chiarimenti
Il Presidente Ciampi scrive a Mattarella
L'Alleanza atlantica farà di
tutto per fornire all'Italia informazioni sull'uso di armi all'uranio nei
Balcani. Lo ha dichiarato oggi una portavoce della Nato reagendo alle
sollecitazioni del presidente del consiglio Giuliano Amato. 'Del resto - ha
aggiunto - abbiamo gia' avviato un'inchiesta. Il presidente Ciampi, intanto, ha
chiesto al ministro della Difesa Mattarella informazioni sull'azione di governo
a proposito della possibile contaminazione da uranio impoverito di nostri
soldati.
03/01/2001
- La Repubblica
Uranio, un altro morto
Militare reduce dalla Bosnia ucciso
dalla leucemia: è il sesto
dal nostro inviato ROBERTO BIANCHIN
PAVIA - Sorrideva, il soldato Salvatore, quando i suoi amici l'hanno fotografato
a Sarajevo, in divisa, vicino a una mitragliatrice. Era andato in Bosnia due
volte, per "guadagnare qualche soldo per la famiglia". Non pensava di
tornare malato di leucemia. Il male, un male "particolarmente aggressivo,
resistente ad ogni cura", ricorda il medico che l'ha curato, lo ha
stroncato in un anno e mezzo. Il nome di Salvatore Carbonaro, 24 anni, siciliano
di Floridia, vicino a Siracusa, soldato di leva in forza alla Brigata Garibaldi,
morto la notte tra il 5 e il 6 novembre scorso all'ospedale San Matteo di Pavia,
si va ad aggiungere alla lista dei militari italiani deceduti al ritorno dalle
missioni nell'ex Jugoslavia.
Un elenco di morti sospette per leucemie e tumori contratti dai militari che
sono stati nei Balcani, che si allunga ogni giorno che passa: Salvatore è la
sesta vittima. La prima, poco più di un anno fa, nel settembre del '99, fu il
soldato sardo Salvatore Vacca, colpito anche lui, come gli altri, da una
leucemia fulminante. Rinaldo Colombo, carabiniere di Samarate, nei pressi di
Varese, tornato anch'egli dalla Bosnia, morì invece, l'8 novembre scorso, per
un melanoma. Il sospetto è identico per tutti: che ad uccidere sia stato lo
stesso killer spietato e silenzioso, l'uranio "impoverito", che i
militari americani (18 mila veterani della guerra contro l'Iraq contaminati
dalle loro stesse armi) chiamano "metal of dishonor", il metallo del
disonore. Un metallo tossico e radioattivo usato per fare i proiettili e per
rinforzare le corazze dei carri armati, degli aerei, degli elicotteri, delle
navi e persino dei satelliti. Un nemico invisibile, che nessuno conosceva, da
cui nessuno aveva i mezzi per difendersi.
Salvatore, che era sano, che era giovane e forte, ci lavorava accanto a quel
nemico mortale. Faceva l'armiere in Bosnia, stava tutto il giorno in compagnia
di fucili, mitragliatrici, pallottole e carri, e aveva l'incarico di pulire le
armi. Le sgrassava, le lucidava, le teneva in ordine. Quando si ammalò
all'improvviso, fu il primo a pensare di aver preso la leucemia per colpa di
quelle armi che sparavano i micidiali proiettili all'uranio, o per colpa del
benzene che adoperava per lavorare, e lo scrisse nel suo diario. Un atto di
accusa lucido, preciso. Aveva anche avviato una causa di servizio per sapere se
era stata questa la causa del suo male. Nessuno gli ha mai risposto. Quando si
è ammalato l'hanno congedato. Congedato e basta, senza occuparsi più di lui,
lasciato solo a lottare con la morte.
Salvatore faceva il militare a Persano, vicino a Salerno, quando nell'98, a soli
22 anni, decise di partire per la Bosnia. Una missione di due mesi, filata via
liscia, senza problemi, senza malattie. Era addetto al servizio
vettovagliamento. Nel dicembre dello stesso anno decise di tornare a Sarajevo.
Gli servivano per aiutare la sua famiglia quei soldini in più che danno ai
militari quando vanno all'estero in missione. La sua seconda volta in Bosnia
dura tre mesi, fino a febbraio del '99, ma stavolta cambia lavoro: non più
viveri ma armi. Viene destinato all'armeria. E' lì, mentre pulisce i cannoni,
che si fa fotografare dagli altri soldati. Non pensa certo di correre dei
rischi. Ma è lì, probabilmente, che si ammala. Perché tre mesi dopo il suo
ritorno in Italia, nel maggio '99, mentre sta continuando il suo servizio
militare, sempre a Persano, avverte i primi sintomi del male che lo strapperà
alla vita. La diagnosi non lascia scampo: leucemia. Lo congedano senza un
grazie.
E qui comincia il suo calvario. All'inizio di maggio viene ricoverato una prima
volta all'ospedale di Siracusa, poi a metà del mese, vista la gravità della
situazione, si rivolge a un ospedale specializzato, il San Matteo di Pavia, dove
per diciotto mesi combatte la sua battaglia contro il male, fino ad arrendersi,
la notte fra il 5 e il 6 novembre.
"Me lo ricordo bene quel ragazzo - dice il professor Mario Lazzarino,
direttore della divisione Ematologia dell'ospedale San Matteo - ha combattuto
fino alla fine, come ha potuto. La sua vicenda ci ha colpito molto, e ci ha
toccato tutti". Il medico racconta di una leucemia acuta, particolarmente
aggressiva e resistente: "Ci siamo trovati di fronte una malattia piuttosto
refrattaria alle cure: abbiamo tentato una chemioterapia intensiva, ma dopo una
risposta iniziale positiva, c'è stato un aggravarsi delle condizioni, e quindi
una ricaduta fatale". Però è cauto, il professore, sulle cause della
leucemia: "Non è possibile stabilire a priori un nesso tra la morte del
militare e la sua permanenza in Bosnia".
Non l'hanno aiutato, Salvatore, neanche per i funerali. La notte che morì, suo
fratello Mauro, che lo assisteva, fu derubato del portafogli. Dentro c'erano tre
milioni e mezzo, quelli per le esequie. Per pagargli il funerale hanno dovuto
fare una colletta in ospedale.
03/01/2001
La Repubblica
Uranio - "Attenti ad una nuova Ustica"
Nelle riunioni dei militari con Mattarella il timore di un caso incontrollabile
di VINCENZO NIGRO
ROMA - "Io credo che non possiamo più aspettare, siamo stati cauti,
abbiamo riflettuto, abbiamo provato a lavorare secondo legge e secondo
coscienza, ma le cose vanno più veloci della verità che stiamo cercando. Io
questa storia l'ho già vista, si chiama Ustica... gli elementi ci sono tutti,
per creare qualcosa come una nuova Ustica, un nuovo mistero che finirà fuori
controllo, in cui nessuno riuscirà a capire più dove sia il giusto".
Sono le nove del mattino, i carabinieri di guardia a Palazzo Baracchini battono
i piedi in terra dal freddo. Su, al primo piano, dietro tre dita di vetri
blindati che difendono dal pericolo ma a volte separano dal paese, i capi della
Difesa sono alla prima riunione di una giornata assai lunga.
Il capo di stato maggiore Mario Arpino, il generale che comanda tutta la Difesa,
siede di fronte a Giampaolo Di Paola, l'ammiraglio che guida il Gabinetto del
ministro Mattarella. Si preparano all' incontro che stanno per avere con Sergio
Mattarella, il primo di una serie che terrà il ministro bloccato per ore alla
sua scrivania. É Arpino che per primo lancia l'allarme sulla "sindrome
Ustica": "Qualsiasi cosa facciamo, comunque lo facciamo rischia di
ritorcersi contro di noi. Ma se non facciamo nulla, se aspettiamo soltanto i
tempi della scienza e delle commissioni rischiamo di fare anora peggio".
Già, ma cosa fare? "L'allarme uranio impoverito ormai è vicino a livello
da psicosi collettiva, incontrollata e purtroppo incontrollabile", dice una
fonti della Difesa che parla con Repubblica: "Forse solo Ciampi o Veronesi
potrebbero raffreddare per un attimo la situazione. Ma per ora non lo
fanno". Gianfranco Astori, ex deputato, consigliere di Mattarella, fa un
altro esempio: "Rischia di essere un altro caso Di Bella, e forse come
allora, come col caso Di Bella, dovremo attendere che i tecnici ci dicano la
verità su cosa è malattia collegata all'uranio, cose è da far risalire al
benzene e cosa invece non c'entra nulla con la Bosnia e il Kosovo".
Alle 10 del mattino Arpino e Di Paola si spostano nello studio di Mattarella,
iniziano a discutere, pianificano la missione in Bosnia di domani e quella in
Kosovo del sottosegretario Minniti. Mattarella ha una preoccupazione: quella di
garantire, di rispettare serenità e serietà di lavoro per la Commissione
Mandelli. I militari sono preoccupati per quello che accade alla Difesa italiana
nella Nato ("da Bruxelles ancora non capiscono che questa per noi è una
questione seria"), per gli effetti sui nostri soldati nei Balcani, per la
credibilità del sistema-Difesa nel paese.
Mattarella concorda, dobbiamo muoverci. Ma fissa i suoi punti, e li ripete nel
pomeriggio in un'intervista che rilascia al Corriere della Sera: nessuna
interferenza col lavoro della Commissione Mandelli, nessuna pressione, nessuna
interferenza. Il governo deve capire se le malattie che spuntano in questi
giorni sono episodi singoli o collegati fra di loro, se sono riconducibili
all'uranio impoverito oppure a vaccinazioni che possono aver indebolito il
sistema immunologico di alcuni soldati. Mattarella ripete: Mandelli deve
lavorare senza sentire addosso l'angoscia, la pressione dell'opinione pubblica.
Come dire: evitare un nuovo effetto-Ustica rispettando i tempi di una
commissione in stile Di Bella.
31/12/2000 LA
REPUBBLICA
"Non avevamo le maschere ci hanno nascosto la verità"
Un carabiniere amico di Rinaldo: "I proiettili all'uranio fondevano i carri
armati"
dal nostro inviato ANNALISA CAMORANI
SAMARATE (Varese) - "Rinaldo in divisa, perfetto nel suo metro e novanta e
Valentina in abito bianco davanti all'altare. Neanche due anni dopo, la bara
portata a spalla dai militari. Nella stessa chiesa a San Macario di
Samarate". Due immagini troppo vicine nel tempo che Valentino non riesce a
togliersi dalla testa. L'uomo, suocero di Rinaldo Colombo, ripete come un
automa: "L'8 novembre mi è morto un figlio". Ma quell'accostamento di
immagini non se lo scorda neanche don Giancarlo, il parroco di Sant'Anna a Busto
Arsizio (Varese) che per quindici anni è stato amico del militare. "Il 12
dicembre 1998 ho celebrato il matrimonio di Rinaldo. L'11 novembre 2000 il suo
funerale". Il parroco, ricordando la malattia del giovane, non pronuncia
mai la parola "uranio impoverito", ma alle missioni ci pensa:
"Qualche dubbio l'ha avuto. Da malato se l'è chiesto se c'era un nesso tra
il melanoma che lo divorava e la Bosnia".
Forse anche Rinaldo ha fatto le stesse considerazioni che oggi fa un altro
carabiniere reduce delle missioni di pace e che preferisce l'anonimato:
"Non avevamo maschere né guanti. Le uniche tute le ho viste addosso ai
genieri dell'esercito perché c'erano le televisioni a filmare. C'erano i ponti
bombardati con munizioni radioattive e noi lì davanti a fare la guardia. Ho
visto gli effetti dei proiettili all'uranio impoverito sui carri armati colpiti:
le carni fuse col metallo delle corazze. E noi lì davanti. Nessuno ci ha messo
in guardia sui rischi di una contaminazione. Ci hanno presi in giro tutti, dai
generali ai carabinieri semplici".
Il militare era stato in missione due volte, in Bosnia-Erzegovina dal dicembre
'96 a marzo '97 e in Albania da aprile ad agosto '97. Quasi un anno dopo si era
scoperto un'escrescenza sottocutanea al cuoio capelluto. Poi la biopsia e la
scoperta della natura maligna. "La seconda operazione alla gola è stata
quella che lo ha buttato veramente giù", ricorda il suocero. "Era un
ragazzone alto un metro e novanta, lo abbiamo visto precipitare, un po' alla
volta. Sono stati due anni di calvario". Rinaldo e Valentina vivevano a San
Macario, frazione di Samarate nella stessa casa dei genitori di lei. Al dolore
per la perdita, il padre della vedova somma la preoccupazione per la figlia.
"Ha 27 anni - si sfoga l'uomo, gli occhi rossi - e ha bisogno di reagire,
di trovare una forza che io, anziano come sono, non riesco a trasmetterle. Per
Capodanno voleva stare in casa, da sola. Sono stato io a insistere perché
partisse per un po' , ha bisogno di stare con gente giovane". E così
Valentina si è rifugiata per qualche giorno da alcuni amici conosciuti nei
ritrovi di Cl. Ma don Giancarlo è fiducioso: "Valentina è dolce,
sembrerebbe fragile. Invece è una donna consistente, forte".
Anche il padre e la madre di Rinaldo non hanno parole: "E' morto l'8
novembre e per noi è ancora come se fosse qui. La ferita della sua scomparsa è
ancora troppo recente. Più avanti forse parleremo, ma in questo momento siamo
ancora sotto choc".
31/12/2000 - LA
REPUBBLICA
L'ombra delle armi chimiche
Mattarella: "Sulle morti dei
reduci di Bosnia,indagini a 360 gradi"
di GIOVANNA CASADIO
ROMA - Non è solo l'uranio il killer dei militari italiani utilizzati in
missione di pace nell'ex Jugoslavia. I diecimila proiettili radioattivi usati
dalla Nato in Bosnia nel '95, i 31 mila sparati in Kosovo nel '99 non sono gli
unici responsabili. Il ministro della Difesa italiano, Sergio Mattarella, ha
ammesso ieri che "non si trascura alcuna ipotesi sulle ragioni che
potrebbero aver portato la presenza di malattie tra i militari che si sono
recati nell'area balcanica".
Se è la "sindrome dei Balcani" a uccidere decine di reduci in tutta
Europa, evidenti sono le analogie con i "casi" verificatisi dopo la
guerra del Golfo nel '91 e ugualmente non è da escludere che a determinare gli
effetti devastanti possa essere stato l'uso di armi chimiche. Per i Balcani
insomma la stessa ipotesi che si fa già da anni per l' Iraq?
Per il ministro della Difesa italiano è una fine d'anno senza tregua, dopo
l'annuncio che un altro carabiniere - il quinto reduce italiano dalla Bosnia -
è morto di cancro, e mentre la Procura militare allarga a altri dieci casi
l'inchiesta sulla "sindrome dei Balcani": il dossier del pm Antonino
Intelisano conterrebbe ora trenta nomi. Si limita ad affermare Mattarella che
l'indagine sarà svolta a 360 gradi. E in una nota ricorda la commissione
sanitaria da lui insediata due settimane fa, "guidata da uno scienziato di
alto profilo come l'ematologo Franco Mandelli alla quale è stato dato mandato
pieno per qualunque pista di indagine e di accertamento al fine di appurare la
verità e garantire la sicurezza dei militari in Italia e all'estero".
Nulla sarà tralasciato. Prima di tutto di individuare se esiste o meno un
collegamento tra i vari casi e, in caso affermativo, con la presenza sul terreno
di contaminazioni radioattive.
Nè esclude il ministro la possibilità di uno screening tra i militari inviati
nei Balcani, una volta che la commissione Mandelli abbia espresso il proprio
parere entro la metà di gennaio. Screening già avviato in Portogallo e in
Germania. La "sindrome dei Balcani" è diventata infatti un caso
politico europeo.
La Nato dichiara che mancano prove di un nesso tra morti e missioni nei Balcani,
ma ambienti militari assicurano che in un dossier top-secret si vanno
raccogliendo prove sull'uso di armi chimiche in quell'area.
Dal ministro della Difesa belga, Andrè Flahaut, in una lettera inviata al
collega svedese Bjorn von Sydow, paese che da domani assume la presidenza di
turno della Ue, è partita la proposta di analizzare il delicato problema a
livello europeo. Finora nessuna risposta ufficiale. Un portavoce della
Commissione Ue ieri non ha voluto commentare l'iniziativa, e il ministero della
Difesa svedese si riserva di pronunciarsi dopo aver letto la lettera.
Dall'Italia una sostanziale adesione: "Sarà certamente utile la
possibilità di confrontare i risultati delle indagini svolte dagli altri paesi
in cui ci sono stati casi simili", commenta Matterella.
Intanto cresce l'allarme anche in Italia per la "sindrome dei
Balcani". Ieri è arrivata la precisazione del comando dei carabinieri di
Varese che nega ci sia un nesso certo tra la morte del carabiniere Rinaldo
Colombo e la sua missione in Bosnia. Colombo, 31 anni, due spedizioni di pace
nei Balcani è morto per un melanoma, precisano i suoi superiori. "Nessun
allarmismo, ma massimo allerta", è l'invito del Cocer dei carabinieri.
Però "Unarma", l'associazione che ha diffuso la notizia della morte
di Colombo, dichiara che altri quattro carabinieri (tra cui un ufficiale)
tornati di recente dai Balcani, potrebbero essere stati contaminati dall'uranio
impoverito. Sarebbero almeno venti i militari dell'Arma sottoposti a controlli,
anche se la metà a puro titolo precauzionale. Il numero dei casi sospetti
continua a crescere.
Alla ripresa dell'attività parlamentare, martedì 9 gennaio, è stato subito
convocato l'ufficio di presidenza della commissione Difesa della Camera sulla
"sindrome Balcani". Il presidente, Valdo Spini rivendica il ruolo
ispetivo del Parlamento e annuncia un'indagine conoscitiva per stabilire a) cosa
si sa sulle conseguenze della presenza di uranio impoverito nella guerra del
Golfo del 1991; b) chi sapeva dei proiettili a uranio impoverito in Bosnia nel
1995 (i militari sapevano e i politici no?); c) quali precauzioni sono state
prese per la spedizione in Kosovo del 1999; d) vanno acquisiti i risultati della
commissione Mandelli. Inoltre, il sottosegratario all'Ambiente Valerio Calzolaio
partecipa alla task force Unep (l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'
ambiente) sulla contaminazione radioattiva del Kosovo.
29/12/2000
- IL MANIFESTO
Uranio,
il muro del silenzio
I generali italiani e le istituzioni che sapevano e sanno, ma tacciono sulle
operazioni militari dove è stato usato "Depleted Uranium". I
bombardieri, per colpire Kosovo e Serbia, partivano da Gioia del Colle
di ANTONIO CAMUSO *
Ci stiamo rendendo conto di come la vicenda "uranio
impoverito" abbia assunto un quadro allarmante solo in questi giorni in cui
il muro di silenzio, che le istituzioni militari avevano eretto su questi casi,
è stato rotto dalla rabbia dei familiari colpiti negli affetti più cari, dagli
stessi militari ammalati e da alcuni loro rappresentanti del Cocer. Solo ora i
responsabili diretti politici (Ministro della Difesa) e militari (Stato Maggiore
dell'Esercito) accennano a parlare di inchieste da aprire, dati da rilevare e
commissioni "neutrali" d'inchiesta da istituire.
Siamo di fronte all'ennesima ripetizione di meccanismi troppe volte rivisti
nelle tante stragi di Stato che vedono coinvolti i nostri protettori: le Forze
armate Usa e in particolar modo quelle inserite nell'apparato Nato. Consigliamo
di andare a rivedere interviste e dichiarazioni rilasciate non solo dal Comando
Nato, ma anche dai nostri responsabili politici alle domande che venivano loro
poste durante i bombardamenti della primavera 1999. Tutte le dichiarazioni erano
improntate a un "non ci risulta che vi sia un problema proiettili
all'uranio impoverito". D'altro canto di fronte a una dichiarazione di
così palese omertà, gli uffici stampa statunitensi e loro alleati si
ritenevano autorizzati a fare scena muta mentre scaricavano migliaia di questi
proiettili sul Kosovo e sulla Serbia. Oggi i nostri generali cascano dalle
nuvole di fronte alle stesse ammissioni da parte Usa dell'utilizzo di tali
ordigni, annunciano inchieste e insediano commissioni.
Sembra così che il concetto di sovranità limitata sia interpretabile, da parte
loro, come un obbligo morale di preservare gli interessi e l'onorabilità delle
forze armate del grande fratello americano, ritenendo invece ininfluenti i
rischi e pericoli per i soldati italiani, i loro familiari e le popolazioni che
abitano nei dintorni delle basi dove aerei e ordigni radioattivi sono impiegati.
Senza contare poi il dato "morale" relativo all'uso contro popolazioni
civili di tali ordigni.
Ci domandiamo così: com'è possibile che i nostri ufficiali non erano a
conoscenza che gli A-10 di stanza ad Aviano impiegavano proiettili all'uranio?
Eppure su
tutti i manuali e riviste specializzate del settore viene illustrato come
l'armamento standard per il cannone GE GAU-8/A Avenger da 30 mm
installato sui cacciabombardieri A-10 sia un misto di proiettili al
tungsteno Ap da 354 grammi ciascuno e di proiettili Staballoy all'uranio
impoverito da 690 grammi. Una potente arma, quel cannoncino rotante, capace di
sparare da un minimo di 2.100 fino a 4.200 colpi al minuto, un vero inferno di
fuoco che era stato progettato per fermare le divisioni corazzate russe che
durante la guerra fredda avrebbero potuto invadere le pianure dell'Europa
centrale e che poi, invece, è stato impiegato nella guerra del Golfo e nell'ex
Jugoslavia.
Ignoranza o omertà?
Gli A-10 del 51st
Fighter Wing dell'Usaf sono stati una presenza costante durante la crisi
jugoslava nell'aeroporto di Aviano e il loro uso tattico è stato pianificato
all'interno del complesso di pianificazione Nato nel quale noi italiani siamo
pienamente integrati e abbiamo il diritto di sapere tutto. Chi è che mente
oggi? O meglio chi è che, sapendo sin dall'inizio che si stavano innaffiando
di proiettili all'uranio zone nelle quali sarebbero stati inviati nostri
militari, a presidiare nel dopo-bombardamenti, non ha provveduto ad avvisare i
responsabili politici (il governo) e militari (i comandi dei reparti operativi
inviati in Kosovo)?
Per non rimanere nel generico individuerei innanzitutto alcuni soggetti ai
quali si potrebbero andare a rivolgere queste domande: parlo del Comandante
italiano della base di Aviano e dei suoi sottoposti che curavano i rapporti
operativi con i reparti della forza aerea statunitense. Dobbiamo ricordare che
dopo la strage del Cermis l'intero comando italiano della base aveva avuto una
tirata d'orecchie per il lassismo col quale lasciavano fare e disfare in quella
base, da parte dei piloti Usa, con le conseguenze che tutti noi sappiamo. Parlo
del generale Leonardo Tricarico, comandante della Va Ataf di Vicenza e
del Cofa (Centro Operativo della Forza Aerea), vicario della gestione delle
operazioni aeree in quel frangente. Ma parlo anche del generale Giuseppe
Marani, che è stato per un quarto del periodo dei bombardamenti il
portavoce militare Nato a Bruxelles e che in una sua intervista diceva:
"...molto spesso i giornalisti pongono domande in buona fede... certi
dettagli tecnici, però, se da un lato aiutano a comprendere meglio, espongono
comandi ed equipaggi a rischi gravi, limitando la libertà tattica di
organizzare e applicare metodi e procedure nella maniera piu adatta alla
situazione..."
E sì, tutto si risolve ad un problema tecnico, salvo che, poi, a pagarne le
conseguenze sono persone innocenti. Dai primi di aprile del 1999 uno squadrone
di ben 24 cacciabombardieri A-10 viene inviato in Puglia, a Gioia Del Colle,
sede del 36 Stormo. Sono gli uomini dell'81st Expeditionary Fighter Squadron
dell'Usaf, provenienti dalla base tedesca di Spangdahlem. Il loro compito è
condurre, ora che le difese aeree jugoslave alle quote medio-basse sono
indebolite dai continui attacchi, le previste incursioni a colpi di missili e
cannoncini (all'uranio) contro i singoli mezzi corazzati serbi. Si può dire
che è proprio da Gioia del Colle che dobbiamo il maggiore contributo di
proiettili all'uranio impoverito sparati sul Kosovo e sulle provincie
meridionali della Serbia. Tenendo conto che si tratta di molte tonnellate di
queste munizioni utilizzate, possibile che nessun militare italiano si sia
domandato che significava quel Staballoy depleted Uranium scritto sulle
casse dalle quali venivano estratti i nastri per le mitragliere degli A-10?
Possibile che il colonnello Mirko Zuliani comandante del 36 Stormo non
sia venuto a conoscenza di tutto ciò? Gioia del Colle non è la grande Aviano
e si vive fianco a fianco tra equipaggi multinazionali, è impossibile non
sapere e non vedere gli entusiasmanti racconti del pilota di A-10 che, di
fronte a una birra, narra di come ha visto scomparire sotto una tempesta di
fuoco all'uranio una fila di tank serbi o qualche altro obiettivo mobile.
Possibile che, una volta firmato l'accordo di cessate il fuoco, e saputo le
zone nelle quale i nostri soldati venivano inviati come forza di occupazione
e/o interposizione, a tutti questi soggetti non sia venuto in mente di avvisare
lo Stato Maggiore per far scattare le adeguate protezioni per i nostri soldati?
Possibile che la fedeltà alla Nato sia stata superiore a quella dovuta ai
propri connazionali, che addirittutra vestono la stessa divisa? Sono domande
inquietanti e che, come dicevo prima, ci portano indietro ad altre cattive
esperienze "atlantiche".
"Non sapevamo
nulla..."
C'è qualcos'altro che non quadra e che fa pensare a una regia di
occultamento di prove, ma che ha anche motivazioni di carattere economico.
Andiamo per ordine: tra agosto e settembre 1995 vi sono quegli attacchi aerei
sulla Bosnia che portano alla pace di Dayton, durante i quali vengono
utilizzati per la prima volta sul territorio europeo i proiettili all'uranio.
Nello stesso territorio, e guarda caso proprio nelle località serbe colpite -
qualcuno ha mai preso in esame le denunce delle autorità mediche jugoslave
sulla contaminazione in loco dal 1996? -, sono inviati come contingenti di pace
i soldati del contingente italiano.
Casualmente da parte dello Stato Maggiore parte la richiesta di attrezzare una
speciale unità di difesa Nbc capace di muoversi su ambienti contaminati, in
operazioni di pace "umanitarie". Teoricamente dal 31 dicembre '95, ma
operativamente dal 1998, questa unità prende il nome di 7 Reggimento difesa
Nbc "Cremona". Di questo reggimento la prima compagnia operativa,
anche se a
ranghi ridotti, dove muove i primi passi? In Kosovo, naturalmente, nel luglio
del 1999 - a poco meno di due mesi dall'ingresso dei contingenti Kfor-Nato nella
provincia serba - e ad onor di cronaca il nome di questa compagnia è veramente
indicato: Peste.
Perché il segreto?
Lo scopo della
prima missione è quello di mettere a frutto ciò che è stato loro insegnato
presso la scuola interforze Nbc di Rieti, presso il Comprensorio di Santa
Lucia, sede del centro Tecnico dello Stabilimento Chimico di Civitavecchia e,
per alcuni ufficiali, presso la Nato school (Shape) a Oberammergau e presso il
Collegio militare inglese (Shrivenham). Sono delle operazioni di rilevazione e
campionamento che vedono il nostro personale recarsi presso alcuni siti
bombardati, in tute ed equipaggiamento protettivo e raccogliere campioni di
"materiale contaminato". Presso lo Stato Maggiore dell'Esercito e
presso la sede di questo reggimento dovrebbero esserci quindi i risultati, le
zone interessate a questo campionamento, le dovute osservazioni scaturite dagli
esami di laboratorio, anche grazie ai successivi esami delle altre compagnie,
la 2a (novembre '99), la 3a (marzo 2000), in attesa che la quarta raggiunga il
pieno organico a fine 2000.
Sono coperte da quale tipo di segreto? Segreto Nato, di Stato italiano, Onu?
Finora l'unico risultato è che è partita la richiesta di dotare questo
reparto di veicoli blindati da ricognizione Nbc ed è partito l'ordine
d'acquisto di 13 Vbr I Nbc francesi, anche se noi abbiamo in cantiere un
prototipo Puma 6X6. Poichè i francesi di radioattività se ne intendono, i
prossimi corsi sono alla scuola Nbc di Caen. Altre notizie provatele a chiedere
alla Rivista Militare, organo dello Stato Maggiore dell'Esercito, che
sul numero 5/2000, a firma del tenente colonnello Lucio Morgante e del Capitano
Alberto Corrao, in servizio presso il 7 Rgt Cremona, hanno redatto un servizio
sul polo Nbc con annesse le foto della missione "speciale" in Kosovo.
L'uranio in Italia
Vi sono
naturalmente dei dubbi sulla possibile inerzia di questi proiettili quando sono
stoccati e non vi sono rilevamenti da parte di fonti civili
"neutrali". Possiamo comunque affermare che, nel momento dello sparo,
questi proiettili sotto l'effetto delle alte temperature e dell'enorme energia
cinetica dovuta alla velocissima rotazione che viene loro imposta, non solo
diventano fonte e produttori di piccole particelle radioattive al momento
dell'impatto e della vaporizzazione, ma anche nei primi momenti, quando stanno
per uscire dalla volata del cannoncino. E' lì che si depositano residui di
combustione e presumibilmente di altra natura anche radioattiva. Ricordiamo
come, tra i colpiti della Sindrome del Golfo, risultano meccanici, armieri di
carri armati americani che avevano sparato proiettili all'uranio. Erano soldati
che avevano curato solo la manutenzione delle armi, senza mai combattere.
Durante i 78 giorni di bombardamenti, si è mai visto un armiere americano
indossare tute ed equipaggiamento Nbc mentre faceva la quotidiana pulizia del
cannoncino Gau-8 A degli A-10 di stanza ad Aviano e a Gioia del Colle? Sono
sicuro di no e addirittura le foto di questi armieri al lavoro distribuite
dagli stessi Usa lo confermano. Ma sappiamo bene come, a fronte di centinaia di
cause portate avanti dai reduci del Golfo, le strutture militari americane e le
industrie produttrici dei proiettili continuino ad assicurare la totale
innocuità di quest'armamento.
La cosa preoccupante è che questi soldati, non avendo messo in atto le dovute
precauzioni, hanno messo in pericolo gli altri. Un esempio: l'armiere che
pulendo la canna dell'arma si ritrova la tuta, il berretto, i guanti sporchi di
residui, va durante il servizio presso i locali comuni, il bar, i bagni, la
mensa, stringe la mano di amici e conoscenti, sale su mezzi suoi o di altri,
seminando ovunque dipiccole particelle di ciò che c'era nell'arma. Inoltre
quali precauzioni non sono state prese per l'eliminazione del materiale
contaminato? Tute sporche ed attrezzi che fine hanno fatto? E' un quadro
allarmante anche perché, spesso, in alcune basi accanto ai militari vi sono
anche gli alloggi dei familiari, che potrebbero essere entrati in contatto con
tali sostanze ed averle veicolate all'esterno.
Le cluster bomb
Ricordiamo come a causa di un malcapitato pescatore, che saltò in
aria dopo aver preso nella sua rete una bomba Nato, si scoprì che l'Adriatico
aveva avuto la sua dose di cluster bomb. Dopo le prime impacciate smentite e
rassicurazioni, saltarono fuori cinque ipotetiche zone "di rilascio"
dove gli aerei Nato, di ritorno dalle missioni incompiute o in emergenza,
avevano abbandonato il loro micidiale carico bellico, e come poi fu costituita
una flotta di cacciamine che per mesi ha proseguito una parziale opera di
bonifica. Nessuno però si è chiesto se vi sia stato anche rilascio di
proiettili all'uranio impoverito nel nostro mare. E' sicuro, conoscendo le
procedure di sicurezza che ogni pilota in missione operativa deve adottare:
"Ogni aereo, una volta raggiunto il mare aperto e prima di giungere sul
punto di incontro con le altre formazioni congiunte (guerra elettronica,
attacco a difese antiaeree, scorta, rifornimento, ecc) deve provare le sue armi
con una raffica che va dai tre ai sette secondi". Questo va fatto per
evitare di dover abortire una missione solo per un semplice guasto meccanico.
Tenendo conto che quest'operazione è stata effettuata per centinaia di volte e
tenendo conto che alla velocità minima di 2.100 colpi al minuto sono stati
sparati in mare un paio di centinaia di proiettili all'uranio per missione,
possiamo dire che molte migliaia di proiettili all'uranio giacciono tra le
nostre coste e il limite delle acque territoriali del Montenegro e
dell'Albania, con conseguenze incalcolabili.
*Osservatorio sui Balcani - Brindisi
26/12/2000:
PANORAMA ON LINE
La morte di tre soldati riapre il caso: le
truppe nei Balcani furono esposte a radiazioni?
La guerra in Kosovo è finita da un anno e mezzo, ma ritorna
il fantasma delle armi usate nei bombardamenti Nato sulla Serbia.
Durante la guerra, infatti, numerosi caccia americani usarono munizioni
all'uranio impoverito per distruggere i mezzi blindati di Slobodan Milosevic.
Si tratta di armi che anche a distanza di tempo possono essere nocive per la
salute a causa degli effetti prolungati della radioattività. Ora la
morte per leucemia di tre soldati italiani impegnati in una passata missione in
Bosnia riapre qualche dubbio: i militari utilizzati nei Balcani furono
esposti a radiazioni pericolose? E sarebbe stato possibile evitarle?
Lo stato maggiore della Difesa assicura a Panorama Online: «I
casi di cui siamo venuti a conoscenza finora (tre soldati della brigata Sassari
morti di leucemia, ndr) non sono di soldati che hanno operato nelle zone
bombardate con uranio impoverito».
Eppure, ogni giorno vengono rivelati nuovi presunti casi di contaminazione
con militari gravemente ammalati.
Nel dibattito interviene anche la commissione Affari esteri del Senato: «Occorre
compiere un salto di qualità per la sicurezza della popolazioni colpite, dei
militari coinvolti nelle operazioni di bonifica, in ultima analisi per la messa
al bando di tali micidiali ordigni, che uccidono a distanza di tempo», si
legge in un comunicato.
«Le contromisure, a circa un anno e mezzo del conflitto» sottolineano i
senatori «a questo punto riguardano essenzialmente protocolli di cura e
prevenzione dell’insorgenza di tumori e leucemie».
Ma la commissione Esteri persegue anche un altro obiettivo: il divieto di
impiegare armi all’uranio impoverito in possibili operazioni militari
congiunte in ambito Nato visto che molti paesi del patto Atlantico, tra cui
l’Italia, non dispongono di simili armi. «Ne consegue» conlude la nota della
commissione Affari esteri «che nel passato in Somalia, nel Golfo, in Bosnia
e ora in Kosovo, militari italiani e di altri paesi hanno corso enormi rischi
- e probabilmente hanno contratto malattie specifiche - senza avere né
background né know-how appropriati per il trattamento di tali sostanze».
Il ministro della Difesa Sergio Mattarella si è finora limitato a chiedere
tutta la documentazione disponibile sui presunti casi di militari contaminati.
Domenica sera a Modena, però, ha ammesso che anche in alcune zone della
Bosnia (ma non a Sarajevo) sono stati utilizzati proiettili all’uranio
impoverito e ha annunciato che interverrà giovedì prossimo alla Camera per
riferire sulla situazione sanitaria dei soldati italiani nei Balcani.
Un necessario sforzo di trasparenza, dopo le altalenanti dichiarazioni
dei mesi passati. Sin dall’inizio l’Esercito tranquillizzò: «Non c'è
pericolo».
Ma Panorama a gennaio del 2000 scoprì un documento del 22
novembre '99 in cui si sosteneva il contrario. E chi lo aveva preparato?
L'Esercito. Gli italiani inviati fin dal giugno 1999 nell'ex Jugoslavia non
vennero messi al corrente del rischio.
Il documento dell’Esercito aveva questo titolo: "Oggetto.
Uranio impoverito. Informazioni ed istruzioni". Seguiva una serie
di capitoli: perché è pericoloso, chi lo ha usato durante i bombardamenti
sulla ex Jugoslavia e, soprattutto, come devono comportarsi i soldati per
evitare gli effetti delle terribili contaminazioni radioattive.
Quindici pagine, su carta intestata del nucleo Nbc (Nucleare, biologico,
chimico), diffuso dalla Mnb-W (Multinational Brigade West), il comando
militare italiano che (con spagnoli, portoghesi e argentini) opera nel Kosovo
occidentale.
Il tenente colonnello Osvaldo Bizzari, che firmò il documento, scrisse:
"È importante la diffusione a tutti i livelli" tra i reggimenti che
formano la Mnb-W.
Sarebbe potuto essere solo un gesto di eccessiva cautela. Una nota
informativa a scopo preventivo. Se non fosse stata datata "Pec, 22 novembre
1999". La "prevenzione", dunque, arrivava in ritardo. E tra
gli effetti potrebbero esserci i casi di leucemia denunciati all’opinione
pubblica in questi giorni.
Ecco perché: «L'inalazione di particelle insolubili di uranio
impoverito» si leggeva ancora nel documento «è associata con effetti di
lungo termine sulla salute, che includono tumori e disfunzioni nei neonati».
Gli addetti ai lavori sanno bene che cosa sia l'uranio impoverito (in
inglese depleted uranium, sigla Du). E che gli americani lo usano per rendere
più efficaci i proiettili anticarro lanciati dai caccia A10.
C'è chi ha puntato il dito contro queste armi sostenendo che fossero all'origine
della cosiddetta sindrome del Golfo che ha colpito i soldati americani nella
guerra contro l'Iraq. Tanto che alcune stime indicano in uno su quattro i
soldati reduci americani che hanno contratto tumori dopo la spedizione in Kuwaut
del '90/'91.
Il Kosovo, secondo le prime ispezioni della stessa Nato, non avrebbe subìto
il temuto inquinamento radioattivo da uranio impoverito. A Panorama
lo assicurarono scienziati ed esperti non solo italiani, ma anche di
numerosi organismi internazionali interpellati.
La Balkan task force dell'Onu lavorò a lungo e non rilevò questo
genere di inquinamento.
Neanche l'Istituto di salute pubblica di Belgrado riscontrò livelli di
radioattività superiori a quelli che si trovano in natura. Medici senza
frontiere, l'organizzazione vincitrice del Nobel per la pace, controllò
se ci fosse inquinamento da uranio impoverito e concluse che non era
necessario alcun intervento medico specifico.
E ancora, i risultati dell'indagine della Cric: l'ong italiana ha esaminato i
campioni prelevati in nove località del Kosovo che presumibilmente erano
state bombardate con uranio impoverito. Risultato: nessun aumento della
radioattività.
Tutto tranquillo, dunque? Difficile dirlo, visto che la Nato ha
indicato solo con molti mesi di ritardo i luoghi esatti in cui esplosero i
proiettili all’uranio impoverito.
Grazie anche alle pressioni dell’Unep (l’agenzia per l’ambiente dell’Onu)
e di una commissione nata in seno al ministero dell’Ambiente italiano nel
marzo 2000.
Lo scorso 19 ottobre sono state finalmente diffuse le prime mappe dettagliate: la
Nato ha indicato 112 siti presi di mira da oltre 30 mila micidiali proiettili in
Kosovo, per un totale di circa 9 tonnellate di uranio impoverito
rilasciato nella regione. Almeno 40 di questi siti si trovano nella zona di
competenza del contingente italiano.
In ogni sito, secondo il sottosegretario all’Ambiente Valerio Calzolaio,
«sono stati sparati mediamente 300 proiettili, ma secondo le informazioni
ricevute dalla Nato in alcune zone si arriva a 900».
Lo stesso segretario riporta però anche notizie confortanti: «I picchi di
contaminazione sono pochi e il quadro non è allarmante. Ma occorre un
atteggiamento di grande cautela anche perché i tempi di latenza di eventuali danni
causati dalla contaminazione da proiettili all’uranio impoverito non sono
brevi, ma si vedranno solo tra qualche anno».
Anni di timori e ansia non solo per i soldati italiani che hanno partecipato e
partecipano alle missioni di pace, ma anche per i volontari, il personale delle
ong e soprattutto le popolazioni civili dei Balcani.
BRESCIAOGGI
DEL 22/12/2000
Caso Kosovo. Preoccupazione anche tra i militari bresciani dopo le ammissioni
del ministro
Fa paura l’uranio impoverito
Sospetti per un caso di tumore che ha colpito un sottufficiale
di William Geroldi L’Esercito italiano sapeva delle conseguenze pericolose
per la salute dei soldati che in vario modo potevano venire a contatto con l’uranio
impoverito nel corso della missione in Kosovo. Se è tutto da dimostrare il
rapporto di causa-effetto tra la morte per leucemia o altre patologie segnalate
nel contingente italiano, la diffusione avvenuta tra i nostri soldati di
scrupolose precauzioni a cui attenersi - con specifici riferimenti all’uranio
impoverito - implicitamente conferma la possibilità che qualche pericolo possa
esserci. Documenti dello Stato maggiore trasmessi ai reparti in Kosovo all’inizio
del maggio scorso indicano esplicitamente alle truppe i provvedimenti
cautelativi da adottare a causa della presenza sul terreno di obiettivi colpiti
dai proiettili all’uranio impoverito. E - lo ricordiamo - in maggio era quasi
trascorso un anno dall’inizio delle operazioni della Brigata multinazionale al
comando degli italiani a Pec, proprio una delle zone in cui gli americani hanno
ammesso di aver impiegato massicciamente proiettili all’uranio impoverito. Un
bresciano colpito da un tumore. C’è anche un particolare inquietante. A un
sottufficiale che abita in un Comune dell’ovest bresciano, con alle spalle
missioni in Bosnia e Kosovo, è stato diagnosticato un tumore alle corde vocali.
L’uomo è stato operato ed è in convalescenza. Anche il suo reggimento, nel
maggio scorso, aveva ricevuto disposizioni sui provvedimenti cautelativi da
adottare nell’area di competenza della Brigata multinazionale di stanza a Pec
(oggi conta poco più di 5mila uomini, di cui 4700 italiani e aggregati
argentini, spagnoli e portoghesi; non ci sono militari di leva). Dicevano quelle
raccomandazioni, a proposito dell’uranio impoverito (DU nel linguaggio dei
militari, che sta per Depleted Uranium): «I proiettili da 30 mm controcarro
contententi DU e ritrovati in Kosovo nell’area di impiego del contingente
italiano, costituiscono una particolare fonte di rischio. La pericolosità di
tale munizionamento deriva dalla tossicità dell’uranio stesso che si
manifesta sia dal punto di vista chimico sia dal punto di vista radiologico...»
Lo Stato maggiore avverte che «quando un proiettile all’uranio impoverito
colpisce un bersaglio viene prodotta polvere di uranio radioattiva che finisce
per depositarsi entro un raggio di circa 50 metri dal bersaglio. Questa polvere,
in gran parte respirabile, può essere rimessa in sospensione dal passaggio nei
pressi della carcassa bersaglio, di militari a piedi o di automezzi. I
proiettili che non colpiscono il bersaglio, in funzione dell’angolo di tiro e
della consistenza del suolo, possono ritrovarsi o sotto la superficie del suolo
o fino a una distanza di circa 3 chilometri dal punto di impatto iniziale, a
causa dei rimbalzi successivi sul terreno. In questo caso, in ogni punto di
impatto sul terreno si troveranno piccoli frammenti di uranio impoverito». L’uranio
è pericoloso? Sì, lo scrive lo Stato maggiore quando afferma che «la
pericolosità dell’uranio si esplica per via chimica, che rappresenta la forma
di rischio più alta nel breve tempo, sia per via radiologica, che può causare
seri problemi clinici nel lungo periodo. L’uranio inalato attraverso la
respirazione in parte si deposita nei reni oppure resta nei polmoni, con un
dimezzamento biologico che può variare fino a 800 giorni. Particolarmente
elevata è anche la percentuale di assorbimento di uranio attraverso le
ferite». Lo Stato maggiore suggeriva inoltre una serie di accertamenti clinici
ai quali sottoporre i militari con compiti che potevano averli fatti entrare in
contatto con l’uranio impoverito. Le rassicurazioni del comando di brigata di
Pec («Nessuno per quanto di nostra conoscenza è rientrato in Italia per cause
che non fossero malattie o traumi generici») non bastano quindi a far dormire
sonni tranquilli a chi in Kosovo ha operato o dovrà andarci con il prossimo
cambio della guardia tra reparti (in marzo, dovrebbe toccare alla Brigata
Ariete). Nel Bresciano non mancano sottufficiali che hanno prestato servizio nel
contingente italiano e i loro timori sono comprensibili. Racconta un
maresciallo, con quasi 25 anni di servizio, che chiede l’anonimato per paura
di incappare in sanzioni disciplinari: «Mi arrabbio quando sento dire dai
nostri politici che il problema non esiste. Certo che se ne parlava tra noi dell’uranio
impoverito. Quando sono rientrato in Italia ho provveduto ad effettuare una
serie di analisi per tranquillizzarmi, con i costi a mio carico. I risultati
sono stati negativi, per fortuna, ma la preoccupazione rimane». Ma proprio ieri
il ministro della Difesa Sergio Mattarella ha in qualche modo ammesso che il
problema esiste.
LA
REPUBBLICA DEL 21/12/2000
ARMI ALL'URANIO
LA PROCURA MILITARE STA GIA' INDAGANDO
Un fascicolo del pm Intelisano sui casi sospetti
ROMA. Il fascicolo è da circa un anno sul
tavolo del procuratore militare, Antonino Intelisano: "atti relativi
a.....", o anche "modello 45". Corrispondente alla vita prenatale
di una indagine giudiziaria: non è ipotizzato alcun reato specifico, nè ci
sono degli indagati. Si tratta di una verifica iniziale per capire se esistano
elementi tali da rendere obbligatorio l'avvio di una inchiesta.
Il contenuto del fascicolo è
riservato. Ma puo' essere almeno in parte ricostruito secondo il percorso di
alcune delle vicende che hanno fatto scoppiare il caso dell'uranio impoverito.
In particolare di quella di Salvatore Vacca, il giovane militare sardo ucciso
dalla leucemia quindici mesi fa, su cui da novembre indaga la procura di
cagliari.
Prima di arrivare alla magistratura
sarda, il caso era stato segnalato alla procura militare attraverso un esposto.
Non è stato l'unico: altre segnalazioni di morti sospette di militari italiani
sono giunte sul tavolo di Intelisano negli ultimi mesi. Quattro o cinque,
secondo quanto si è potuto apprendere. In casi come questi, il giudice
militare, quando ritiene che l'esame del reato ipotizzato spetti alla
magistratura ordinaria (per Vacca l'esposto parlava di omicidio colposo)
segnala il caso alla procura competente.
Ma esiste una parte dell'inchiesta
che resta comunque fuori dalla competenza dei giudici ordinari: è quella che si
riferisce ai possibili reati militari. In questo caso, la omessa esecuzione di
un incarico (per quanto riguarda il ruolo dei comandanti) e la violata consegna.
E' stato accertato che, attraverso un opuscolo informativo, lo stato maggiore
aveva suggerito una serie di precauzioni da adottare davanti al rischio di
contaminazione da uranio impoverito. Il punto è stabilire se queste precauzioni
siano state effettivamente adottate, se le informazioni siano state diffuse
correttamente, se gli ordini relativi alla prevenzione dei rischi siano stati
eseguiti.
A completare il fascicolo "atti
relativi" c'è, infine, la documentazione scientifica. Sui danni da uranio
impoverito esistono molti studi, com piuti in particolare all'estero.
La fredda elencazione dei materiali a
disposizione del magistrato, non deve pero' far dimenticare che alla base
dell'indagine ci sono i drammi di padri e madri che hanno perso i loro
figli, di famiglie che sono state private della loro fondamentale fonte di
sostentamento. Se si accerterà che all'origine della morte dei soldati ci sono
"cause di servizio" per lo Stato scatterà l'obbligo di risarcire il
danno.
E' una materia molto delicata, che è
all'origine di un contenzioso complesso. Esiste anche un precedente che presenta
molte analogie col caso dell'uranio impoverito. Tra il 1982 e il 1988 morirono
di leucemia cinque marescialli dell'Esercito addetti alla manutenzione dei radar
delle batterie contraeree dislocate tra Mestre e Rovigo. Una percentuale
altissima se si pensa che i cinque casi si verificarono nell'ambito di una
"popolazione a rischio" di non piu' di centocinquanta individui. In
quel caso il rapporto di causa-effetto tra l'esposizione alle radiazioni
ionizzanti e i decessi era evidente. Ciononostante, ci vollero anni prima che
l'amministrazione militare riconoscesse le proprie responsabilità.
Di Giovanni Maria Bellu
La Repubblica
IL
MESSAGGERO DEL 20/12/2000
IL SELENZIO DEI GENERALI
Di napoleone Colajanni
Ha
certamente ragione il ministro Mattarella a dire che la prima cosa che bisogna
fare è dare serenità alle famiglie dei militari che potrebbero subire le
conseguenze dell'impiego dell'uranio impoverito.
Per
il tipo di conseguenze di cui si parla, leucemie, tumori, la sensibilità della
gente è molto alta e cedere alla tentazione di approfittarne per scopi
particolari sarebbe gravissimo da parte di tutti. L'esortazione non è pero'
sufficiente a dissipare i dubbi perche' c'è un problema di affidabilità creato
dalle mentalità degli interessati nonchè dalle pressioni di organismi,
italiani ed esteri, che hanno la forza di farsi ascoltare.
E'
un dato di fatto che i generali sono portati a ricercare i mezzi
tecnologicamente piu' avanzati, magari sopravvalutandoli, come è possibile
accada per l'uranio impoverito, se è vero quel che ha rivelato "
Newsweek", che i carri armati effettivamente distrutti in Serbia sono stati
quattordici. Ma se cio' è comprensibile non è sostenibile che si debba
affidare ai generali il compito di dare serenità ai soldati ed ai loro
familiari.
E'
percio' legittimo discutere dell'affidabilità delle prese di posizione sulla
questione che è sul tavolo oggi, fondandosi sull'esperienza: il segreto
militare è una cosa, coprire il fatto che si è messa a repentaglio a loro
insaputa la vita di civili e militari è un'altra. Non vorremmo che tra una
decina di anni si venisse a sapere che i fatti erano veri: gli americani hanno
compiuto nell'immediato dopoguerra esperimenti atomici su larga scala senza dire
niente agli abitanti della zona interessata, nscondendo il fatto per un paio di
decenni, finche' non è scoppiato lo scandalo. Sempre negli Stati Uniti
centinaia di azioni giudiziarie sono state intraprese contro il pentagono da
reduci che mostrano segni evidenti di conseguenze dell'impiego assai probabile
di uranio impoverito e armi chimiche nella guerra del Golfo. Da noi, nell'affare
di Ustica, è stato tentato con tutti i mezzi di coprire la cancellazione delle
tracce radar dell'incidente.
Nel
Kosovo il metallo radioattivo è stato effettivamente impiegato, ma sulle
possibili conseguenze le autorità militari tacciono. Quanto alla smentita della
presenza di proiettili all'uranio impoverito nel poligono sardo, si vedrà se la
smentita è veritiera, ma è senz'altro verosimile che gli americani non ci
diano armi cosi' sofisticate. Sul fatto che nel Kosovo si sarebbero potute
verificare conseguenze il ministro non ha detto niente, e forse non è nemmeno
in grado di farlo per mancanza di informazioni. Nella Nato tutto gira secondo il
volere degli americani, l'Europa conta poco o niente. Ogni tanto si da un
incarico rappresentativo a personaggi di completo affidamento, come quel Xavier
Solana, ex segretario generale che da quando è diventato portavoce di politica
estera dell'Unione europea, da garrulo che era ai tempi della guerra del Kosovo
è diventato taciturno facendo sparire le sue tracce non appena si è posta la
questione della collocazione della forza di pronto intervento europeo.
Quale
sia la posizione degli Stati Uniti in proposito è perfettamente deducibile
dalle intemerate, intimazioni, intimidazioni che vengono esternate ogni
giorno, fino a costringere Jacques Chirac a spiegare sul "Washinton
Post" le ragioni non della Francia soltanto, ma di tutta l'Europa. E
qui si pone un altro problema, politico, Finche' sara' questa la situazione
della Nato il governo italiano non potrà dare a nessuno assicurazioni di alcun
genere.
Piaccia
o no, a dieci anni dal crollo dell'Unione Sovietica, dell'avvenire della Nato si
deve discutere ed è necessario che il governo italiano abbia una sua posizione,
dopo aver di fatto latitato fino ad accettare la possibilità di intervento
autonomo, in pratica americano sotto altre spoglie, al di fuori di ogni
decisione dell'Onu. Ed è altrettanto importante conoscere la posizione del
governo italiano sulla questione se la forza di pronto intervento deve o no
essere subordinata alla pianificazione strategica della Nato. Sarebbe bene che
Sergio Mattarella prima o poi parlasse anche di questo.
NDR. Ampi servizi seguono
a pagina 6 sullo stesso Giornale.
IL
MESSAGGERO DEL 19/12/2000
DOPO LE RIVELAZIONI DEL MESSAGGERO MATTARELLA
RIFERITA' ALLA CAMERA
COLPITI DA TUMORE ALTRE DUE MILITARI REDUCI DAI
BALCANI
ROMA. Altri due militari italiani
reduci dai Balcani sono stati colpiti da tumore. Sono della Brigata Sassari, uno
di loro è stato ricoverato in un centro oncologico. E il ministro della Difesa,
Sergio Mattarella, riferirà quanto prima alla Commissione Difesa della Camera
sulla situazione, anche se già precisa: "Non c'è nessun allarme". Le
rivelazioni del Messaggero sulle morti da tumore hanno già provocato una
raffica di interrogazioni in Parlamento, dai DS a Forza Italia. Mentre il
Ministro della Sanità dal canto suo spiega di non disporre di dati scientifici
per valutare le connessioni fra i proiettili all'uranio sparati nei Balcani e le
neoplasie.
--------------------
NDR. Ampi servizi seguono
a pagina 1, 4 e 5 sullo stesso Giornale.
IL
CORRIERE DELLA SERA DEL 19/12/2000
I RISCHI PER L'URANIO DISPERSO
NEL TERRENO DOPO LA GUERRA. L'ESERCITO ITALIANO: "RADIOATTIVITA? IN KOSOVO
E' TUTTO SOTTO CONTROLLO"
PEC (Kosovo) "Non
sottovalutiamo nulla e non trascuriamo alcuna verifica, ma tutti gli esami
escludono motivi di preoccupazione". Il Ministro della Difesa Sergio
Mattarella dall'Italia ripete che in Kosovo non esiste un "rischio
uranio" e invita a "fornire i nomi delle persone coinvolte", i
nomi di quei dodici di cui si è tanto parlato in questi giorni. Comunque,
rassicura il ministro, " continuiamo a fare i controlli".
L'uomo che li fa materialmente, questi controlli, si chiama Daniele Pisani, è
un capitano dell'Esercito italiano e comanda la compagnia NBC, che significa:
Nuclear Batteriological Chemical. Cioe' gli uomini incaricati di verificare
tutti i possibili inquinamenti che una guerra produce.
Quando avete cominciato i
controlli Capitano?
"Subito dopo il nostro arrivo,
il 3 luglio del 1999. Per prima cosa abbiamo verificato gli alloggi dei nostri
soldati, per vedere se erano sicuri: controlli di aria, suolo, acqua, erba,
muri. Con strumenti molto sofisticati, come il Rotem, un rilevatore di
radiazioni israeliano che è mille volte piu' sensibile di un contatore
Geiger".
Sapevate dove cercare l'uranio
impoverito?
"Si, gli americani ci hanno
fornito le mappe delle zone dove potevano essere caduti i colpi sparati dalle
Pgu 14, le mitragliatrici da 30 mm. degli aerei A10 Thunderbolt. Abbiamo trovato
in tutto 800 grammi di uranio e un paio di chili di metallo degli involucri
esterni dei proiettili. Adesso sono custoditi con una protezione di piombo e una
di plastica speciale, in attesa che la Nato decida di stoccarli da qualche
parte".
E i livelli di radiazioni?
"Discorso un po' complesso.
Partiamo dal fatto che il cosiddetto fondo ambientale ha un livello di
radiazioni medio di 0.2 microsivert. E' un valore che puo' variare a seconda
della composizione del terreno, ma che è piu' o meno uguale in tutto il mondo.
Anche in Kosovo".
Che valori raggiungono i frammenti
di uranio?
"Toccandoli con lo strumento,
300 microsivert. a 5 metri di distanza il valore torna a zero. Ma i raggi
emanati dall'uranio sono di tre tipi: alfa, beta e gamma. Gli alfa percorrono
circa 2 centimetri, i beta un metro, mentre i gamma anche chilometri. Gli alfa
hanno un basso potere penetrante e un alto potere ionizzante, un potere che
cioe' rompe i legami delle cellule. Questi raggi si bloccano anche con un foglio
di carta. I gamma, al contrario, hanno bassissimo potere ionizzante e un alto
potere penetrante: per isolarli serve il piombo. I beta sono una via di
mezzo".
E quindi, quali sono i pericoli di
questi frammenti di uranio per le persone?
"Sono pericolosi se li tocco a
mani nude o se ne ingerisco una particella anche minima. Il valore alto, quello
pericoloso di 300 microsivert, si ottiene solo con un contatto diretto. La terra
dei campi in cui abbiamo trovato i frammenti non è comunque risultata
contaminata".
La Nato nel novembre scorso ha
mandato in Kosovo una squadra di 14 esperti di vari Paesi per verificare i
rischi di contaminazione....
"Non hanno rilevato tracce di
contaminazione ambientale e gli stessi risultati hanno dato le numerose
ispezioni del Cisam, l'ente italiano che è preposto a questo tipo di controlli.
Comunque, dopo quattro mesi in prima linea passati a cercare frammenti di uranio
nei campi, anch'io ho fatto alcuni controlli specifici, approfonditi, e i miei
valori erano assolutamente nella norma, identici a quelli dei soldati che
dovevano ancora partire per il Kosovo. Ho fatto anche i test per la leucemia.
Negativi".
Giuliano Gallo
inviato del Corriere della sera ggallo@rcs.it
ndr. Raccontateci la vs.
esperienza, scrivendo al seguente indirizzo: Sidewebverona@militari.org
IL
MESSAGGERO DEL 22/9/2000
LEUCEMIA TRA I SOLDATI IN KOSOVO?
INCHIESTA DEL PM MILITARE, MA LA DIFESA NEGA: NESSUN RICOVERO
SAREBBERO STATI CONTAMINATI DALLE ARMI ALL'URANIO USA?
ROMA - Nessun caso di
leucemia tra i militari Italiani in Kosovo. In Ministero della Difesa smentisce
ufficialmente la notizia secondo cui due soldati italiani sarebbero stati
rimpatriati perchè ammalati di cancro del sangue. Stessa smentita viene da Pec,
quartier generale italiano in Kosovo.
Il Colonnello Gianfranco Scalas, portavoce del nostro contingente, ha affermato:
<Non ci risultano casi di militari italiani rimpatriati per leucemia. Dal
primo gennaio scorso i rimpatri per motivi sanitari sono stati 61, per diverse
patologie, ma nessun militare è tornato in Italia per questa ragione. Corriamo
rischi piu' per motivi banali - ha proseguito il colonnello - come l'acqua, che
non sempre è potabile, che per contaminazione radioattiva>.
La radioattività cui fa riferimento il Colonnello sarebbe quella indotta
dall'utilizzo di uranio 238 impoverito per l'ogiva dei missili Tomahawk e per i
proiettili degli aerei A 10 e degli elicotteri Apache. Mezzi e armi usati dalle
forze Usa del contingente Nato durante l'ultimo conflitto nel Paese balcanico. I
proiettili trattati con l'uranio aumentano il loro potere di penetrazione nelle
difese dei mezzi corazzati ma la polverizzazione, dopo l'impatto, puo'
rappresentare un pericolo anche mesi dopo l'avvenuta battaglia. Sono stati 31
mila i proiettili all'uranio impoverito sparati dagli A 10 nel corso delle loro
missioni in Kosovo. E la zona piu' colpita, affermo' l'allora sottosegretario
alla Difesa Paolo Guerrini, è stata proprio <la parte del Kosovo che confina
con l'Albania e in particolare la superstrada Pec-Djakovica-Prizren>, non
lontano quindi dalla sede del contingente italiano. Il portavoce della Nato,
Giuseppe Marani, dise, al tempo della guerra, che <il livello di
radioattivià dei proiettili non è superiore a quello di un orologio>. Ma
non deve esserne molto convinto Antonio Intelisano, procuratore militare di
Roma, se è vero come è vero che ha deciso di aprire un'inchiesta
sull'argomento. Il Magistrato militare ha detto che sarà <un'inchiesta a
tutto campo>, sull'attività dei militari in Kosovo: <C'è un ampio
dossier - ha affermato Intelisano - aperto su tutta l'atività dei militari
italiani in Kosovo,. Non ci sono ancora indagati nè ipotesi di reato ma certo
anche questa vicenda sarà oggetto dei nostri accertamenti>.
Intanto, sull'uranio
impoverito la polemica è arrivata in Parlamento. La Lega ha chiesto
l'istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare per accertare le
condizioni ambientali nelle quali operano i militari italiani in Kosovo. <Da
moltissimo tempo - ha detto Cesare Rizzi - capogruppo della Lega Nord in
commissione Difesa - noi della Lega avevamo denunciato il pericolo per i nostri
ragazzi in Kosovo. Già da molto tempo infatti l'ONU aveva emesso dispacci
relativi alla pericolosità del territorio del Kosovo a causa dell'uranio
impoverito, ma dal Governo nessuna risposta>.
E pure il coordinatore di
PRC, Giovanni Russo Spena, ha affermato che <il Governo non può continuare a
nascondere la verità. Deve venire a riferire in Parlamento sugli effetti delle
31 mila munizioni radioattive disseminate dall'Alleanza Atlantica in Kosovo>.
Passi avanti sull'individuazione dei siti contaminati dai proiettili all'uranio
impoverito sono stati intanto annunciati da Valerio Calzolaio, sottosegretario
all'Ambiente: <Oggi (ieri n.d.r.) a Ginegra si riunisce il "Desk
assessment group" sull'uranio impoverito - ha detto il sottosegretario - e
nel corso della riunione verranno esaminati i nuovi elementi forniti dalla Nato.
Finalmente ci sono quindi le condizioni per capire precisamente dove sono caduti
gli ordigni piu' pericolosi. La riunione - ha proseguito Calzolaio - deciderà
come procedere nello studio dell'impatto che l'uranio ha avuto nell'area
balcanica>.
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L’ARENA
DI VERONA DEL 19/9/2000
Militari
in campo?
Il
Capitano GIULIANA lancia un appello per un movimento d’opinione dei ”cittadini
delusi”
<<ANCHE
L’ESERCITO IN POLITICA>>
L’idea
è di un Ufficiale del COCER:
<<Nessuno ci rappresenta>>
ROMA.
Qualcuno
già parla di <minaccia>. La minaccia è quella che verrebbe dal COCER
dell’Esercito che vorrebbe dar vita ad un <movimento d’opinione>. In
parole povere, vorrebbe scendere in politica. Ma è davvero una minaccia? Nel
progetto del Capitano Carlo Gustavo GIULIANA – il delegato COCER – c’è un
obiettivo preciso: avere una decina di seggi alla Camera. I <cittadini
delusi> del resto sono tanti per cui l’appello che GIULIANA lancia non è
detto che rimanga inascoltato. <Io stesso>, precisa l’Ufficiale,
<sono un cittadino deluso>. Perché, mi sono chiesto, non rivolgersi a
tutte quelle persone appartenenti alle più svariate categorie sociali, come i
militari, che non si sentono tutelate? Ci troviamo di fronte ad un aggravamento
delle condizioni di malessere, incertezza, disagio, malumore e dissenso che da
tempo affliggono i cittadini in uniforme>. Ma gli ostacoli non sono pochi. Se
ne rende conto lo stesso GIULIANA. <Con l’attuale legge elettorale sarà
necessario ottenere circa un milione e mezzo di votinella quota proporzionale,
il quattro per cento cioè dei presumibili voti validi>. Un’impresa dunque
difficilissima eppure non impossibile. Gli elettori insoddisfatti – si
interroga il delegato COCER - <forse sono meno del quattro per cento?>.
GIULIANA non va certo leggero con le critiche. Oggi, ad esempio, si riunisce il
Governo per presentare le linee guida della Finanziaria. Ma per GIULIANA è la
<solita polpetta avvelenata> sotto forma di promesse ed impegni che si
potranno mai rispettare. Ma c’è o non c’è questa minaccia? <non si
tratta di dar vita ad una sorta di “Partito dei Militari”, scelta che ci
emarginerebbe e ci penalizzerebbe, lo ripeto>, risponde GIULIANA. <Penso
piuttosto ad un movimento d’opinione che riesca ad assicurare una forte
presenza di ex militari tra i futuri parlamentari delle formazioni politiche
tradizionali. Chi veste una divisa per servire lo Stato, di fatto non può
contare su alcun punto di riferimento certo in parlamento>.(p.f.)
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IL
MESSAGGERO DEL 15/9/2000
IL COMANDO DEI CARABINIERI:
<NESSUN TG PER L'ARMA>
ROMA. I Carabinieri non avranno alcun telegiornale. E'
quanto si legge in un comunicato del Comando Generale che smentisce la notizia
secondo cui l'Arma avrebbe presto un TG trasmesso via internet. <Las notizia
- si legge nel comunicato - è destituita di fondamento. L'iniziativa appartiene
a un'associazione indebitamente accostata all'Arma dei Carabinieri e pertanto ad
essa non riconducibile>.
L'Associazione cui fa riferimento il Comando dei Carabinieri si
chiama "UNARMA", conta 6000 iscritti di cui circa 3000 sono
carabinieri in servizio. L'Attività dell'Associazione è stata temporaneamente
sospesa dal Consiglio di Stato che deve decidere se "Unarma" è
assimilabile a un sindacato, e quindi illeggittima, oppure no. L'iniziativa del
tg via internet per le Forze dell'Ordine è stata comunque presa, come si legge
in un comunicato diffuso dal "Giornale dei Carabinieri", dallo stesso
periodico insieme al "Nuovo Giornale dei Militari" e lo scopo, come si
legge ancora <è quello di informare i cittadini su tutto quanto attiene alla
sicurezza e alla difesa di questo Paese. Ci dispiace - prosegue il comunicato -
che il Comando Generale dell'Arma dei carabinieri anzichè plaudire
all'iniziativa si preoccupi di prenderne le distanze>. Il telegiornale, è
scritto nel comunicato, verrà ufficializzato ad ottobre e sarà il primo TG
italiano tematico su internet.
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IL
MESSAGGERO DELL'8/9/2000
CORTE
DEI CONTI, GLI SPRECHI DELL’ESERCITO: SCARPE E SLIP PER TRE SECOLI
ROMA – In un magazzino sono giacenti da 10 anni 3.862 “magliette blu per
operai” inutilizzabili perché le taglie sono da bambini; in
un altro ci sono 8.101 guanti di lana smaltibili in 2.700 anni, ma anche
scarpe in numero sufficiente a marciare per oltre 30 secoli. Sono alcune delle
tante disfunzioni emerse nei magazzini della Difesa in seguito alle 39 ispezioni
vagliate dalla Corte dei Conti, secondo cui la situazione, nei casi
piùeclatanti, “non è da paese industrialmente avanzato, ma da terzo mondo”.
Tra i rilievi della Corte, quello che “desta particolare interesse e
soprattutto maggiore preoccupazione” riguarda proprio l’incidenza dei
materiali “movimentati poco o affatto”. Una SOLUZIONE – AFFERMA LA Corte
– che chiede l’urgente adozione di adeguati strumenti correttivi sul piano
logistico”, anche perché non è raro che il materiale giaccia “inutilizzato
dalla data in cui è arrivato al magazzino”.
Sfogliando le pagine del corposo monitoraggio dei Magistrati contabili, ci
si accorge che nei magazzini delle forze armate italiane è accantonato di
tutto, ma soprattutto articoli di vestiario, acquistati o realizzati dalle
sartorie militari.
“Un immobilizzo patologico” , scrive la Corte, che porta a risultati “decisamente
incredibili”, se si guarda gli anni “che occorrerebbero di smaltire le
attuali consistenze”.
Così, nel 221mo Magazzino principale di vestiario di Milano dell’Aeronautica
– dove il materiale di scarsa e o nessuna movimentazione
ammonta a un prezzo d’inventario, a 5 miliardi e 800 milioni di lire
– l’ispettore ha individuato scarpe, slip e mutandoni sufficienti al
fabbisogno fino all’anno cinquemila. Ecco dunque, 3,552 “scarpe alte
Suola cuoio taglia 39” buone per i prossimi 1.776 anni e
606 “scarpe nere basse sottili” extralarge (taglia 50) sufficienti per
3.030 anni. Ma vi sono anche 13.000 slip di
cotone che, a seconda delle misure, sono “azzerabili” in 1.027 o 1.210
anni.
cotone che, a seconda delle misure, sono “azzerabili” in 1.027 o 1.210
anni.
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LA REPUBBLICA DEL 28/6/2000
I MILITARI BATTONO CASSA
e Amato dice: poliziotti e soldati senza scarpe né divise
Il comandante Generale dei Carabinieri: “Chi sostituirà i
diciassettemila giovani ausiliari?”
Roma
– “I Carabinieri hanno retribuzioni inadeguate” E’ c’è anche il
problema dell’alloggio, almeno ci vorrebbe un bonus-casa tenuto conto che
bisogna sobbarcarsi anche a 13,16 trasferimenti durante la carriera. La denuncia
è del Comandante della Arma dei Carabinieri, il Gen. Sergio SIRACUSA. Che ieri
è intervenuto in Commissione Difesa della Camera durante l’audizione sulle
condizioni del personale militare.
Una denuncia tutt’altro che isolata ,
quella del Gen. SIRACUSA. I Capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e
Aeronautica (il Generale Francesco CERVONI, L’Ammiraglio Umberto GUARNIERI, il
Generale Andrea FORNASIERO) il Comandante della Guardia di Finanza Generale, il
Generale Rolando MOSCA MOSCHINI hanno lanciato lo stesso allarme n ei giorni
scorsi, sempre in Commissione Difesa. Quando i nostri Militari si troveranno a
fianco a fianco nella Forza d’intervento Rapido Europeo con soldati Francesi o
quelli Tedeschi, sarà un boccone difficile da mandare giù: stesse missioni
stessi rischi ma paga quasi dimezzata: hanno ricordato. I militari Italiani sono
infatti i meno pagati d’Europa.Sul disagio dei Militari era esploso l’anno
scorso il “caso COCER” CON I Carabinieri a protestare contro le 18 mila lire
lorde di aumento previste dalla Finanziaria, il Polo che se ne faceva paladino e
l’ex premier D’ALEMA a tentare una soluzione. Ieri dal Presidente del
Consiglio AMATO arriva un appoggio. Nel suo intervento all’assemblea annuale
dei Confesercenti, AMATO si schiera
a fianco delle Forze dell’Ordine, uomini e donne costretti a operare in
condizioni troppo spesso disagiate,
si riferisce in particolare all’Esercito e alla Polizia, agli uomini sempre
invocati per darci più sicurezza e ordine ma invece mortificati dal portare
ancora in estate la divisa
invernale perché non ci sono soldi per avere quelle estive. Uomini che hanno a
volte un unico paio di scarpe perché non si è stati nelle condizioni di
dargliene due….
Ci stiamo incamminando verso l’abolizione della leva se
il Senato approverà la legge già presentata alla Camera, è
perciò più che mai necessario affrontare le condizioni del personale militare,
commenta il Presidente della Commissione difesa, Valdo Spini. Che ricorda le
richieste dei militari: dall’assegno casa all’uscita dal Comparto della
Funzione Pubblica in vista di una contrattazione ad hoc per le Forze Armate e
Forze di Polizia.
Per il Generale SIRACUSA non si può
andare oltre neppure con i premi di incentivazione legati alla produttività,
calcolata in termini di arresti, sequestri, ecc.”Noi non siamo l’officina
che produce tante macchine al giorno, non è così semplice”. Aggiunge poi
anche “l’Arma è sempre solida e compatta in tutte le sue articolazioni”.
L’altro allarme riguarda invece gli ausiliari di leva, destinati a scomparire
gradualmente con l’abolizione del servizio militare obbligatorio e l’avvento
di forze armate composto solo di volontari. Il numero degli ausiliari oggi in
servizio è di 17.500, quasi tutti (12.000) nei carabinieri.
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PANORAMA DEL 24/08/2000
MALESSERE
DEI MILITARI
IL
PIU’ POVERO DELLA FOLGORE
Arriva da Livorno una testimonianza del malessere economico
nelle Forze Armate. Nella lista di 570 famiglie povere alle quali il Comune
erogherà 3 milioni l’anno per tre anni come integrazione all’affitto,
compare quella di un Maresciallo della FOLGORE. L’uomo 38 anni e 20 di
servizio, si chiama GASPARDO, a moglie e figlio a carico, paga 1 milione di
pigione e guadagna sui 23 milioni. Il suo nome compare fra quelli disoccupati,
extracomunitari e cassaintegrati. Voglio che tutti sappiano ha spiegato a
PANORAMA “in che condizioni vivono i militari”! commenta Domenico LEGGIERO,
del COCER Esercito: “Ci consentono di sposarci ma non di accedere ad alloggi
di servizio.
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ARTICOLO TRATTO DA UN QUOTIDIANO NAZIONALE
MILITARI MAL
PAGATI E CON POCHI ALLOGGI
CERVONI:
raggiunto il livello di attenzione, nelle missioni stipendi inadeguati
Il
capo dell’Esercito: ci sono 11 mila alloggi per 30 mila aventi diritto. L’AMMIRAGLIO
Guarnieri: maggiori indennizzi anche per i trasferimenti. Il COCER Sabato sarà
da AMATO-
ESERCITO:
LE DIFFERENZE TRA LE BUSTE PAGA IN PATRIA
|
|
ITALIA
|
G.BRETAGNA
|
FRANCIA
|
SPAGNA
|
GERMANIA
|
|
TENENTE GENERALE
|
6.000.000
|
26.0840520
|
13.500.000
|
7.241.000
|
13.800.000
|
|
MAGG. GENERALE
|
5.000.000
|
20.500.000
|
11.063.975
|
6.720.502
|
11.800.000
|
|
BRIGAD. GENERALE
|
4.300.000
|
15.712.000
|
10.105.815
|
6.189.429
|
10.050.000
|
|
COLONNELLO
|
3.500.000
|
13.484.772
|
8.534.055
|
5.383.126
|
8.100.000
|
|
TEN. COLONNELLO
|
3.300.000
|
11.602.080
|
7.593.005
|
4.761.293
|
7.500.000
|
|
MAGGIORE
|
2.650.000
|
8.602.776
|
5.738.930
|
4.096.820
|
5.857.830
|
|
CAPITANO
|
2.550.000
|
6.669.936
|
5.075.475
|
3.701.075
|
5.100.000
|
|
TENENTE
|
2.350.000
|
5.095.944
|
4.894.000
|
3.242.416
|
4.300.000
|
|
SOTTOTENENTE
|
2.100.000
|
3.478.104
|
2.908.405
|
3.058.911
|
3.050.000
|
|
AIUTANTE
|
2.800.000
|
6.842.556
|
4.437.390
|
4.158.166
|
4.295.610
|
|
SERGENTE
|
2.000.000
|
5.199.012
|
2.598.000
|
3.125.019
|
2.650.000
|
|
SOLDATO
|
1.600.000
|
2.944.620
|
2.032.815
|
1.850.770
|
2.450.170
|
Fonte: Stato Maggiore dell’Esercito
-La tabella indica lo stipendio netto-mese.
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“L’ARENA
DI VERONA” DEL 12/12/1999
STIPENDIO
TROPPO MAGRO?
I
MILITARI DI MONTORIO STAVOLTA SALTANO IL RANCIO
«Trattamento economico inadeguato? Stipendio troppo magro? E i militari
saltano il rancio! E’ la singolare protesta inscenata mercoledì dai soldati e dai sottufficiali dell’85°
Battaglione volontari della caserma di Montorio, che ha così voluto manifestare
il proprio malcontento per il perdurare del blocco degli aumenti delle
retribuzioni. Per legge infatti - e a differenza della Polizia - i militari non
possono né scioperare né manifestare pubblicamente il proprio dissenso. L’unica
forma di protesta consentita è l’astensione dal rancio, per altro già
attuata nelle ultime settimane in centinaia di caserme di tutta Italia, incluse
quelle dei Carabinieri, la prima arma dell’esercito ad aver avanzato proteste
per il ridicolo aumento di 18 mila lire concesso dalla Finanziaria ai
sottufficiali della Bene- merita. «L’aumento di stipendio dato ai Carabinieri
ha scatenato un vespaio di critiche tutto sommato giuste» dice uno dei
marescialli della caserma di Montorio. «Non abbiamo saltato il pranzo, solo per
fare fronte comune con tutte le altre caserme. Il rifiuto del rancio vuole
essere soprattutto un modo per attirare l’attenzione su una categoria tra le
peggio retribuite del Paese. Un maresciallo con
18
anni di servizio, tanto
per fare un esempio, prende oggi 2 milioni e 300 mila lire per 13
mensilità, lavorando però anche di sera o di notte domeniche e festivi
compresi.
E’ ‘un trattamento economico francamente imparagonabile a qualsiasi altra retribuzione del pubblico
impiego. Un caporale in attività», continua «che con il soldato semplice
corre fra l’altro il rischio di essere la prima figura militare a
dover
partire in caso di guerra, non arriva a percepire che un milione e
novecento
mila lire al mese. Se a questo» conclude «aggiungiamo le spese di
viaggio
necessarie a raggiungere le nostre famiglie a 500 o 600 chilometri di distanza,
ben si comprendono le nostre difficoltà». Anche i Carabinieri, vogliono tenere
viva la fiamma. Non quella che risalta sul cappello, ma quella della
protesta,
pur in modo composto e silenzioso. «Non vogliamo, beninteso, criticare
le
retribuzioni più elevate degli ufficiali» dice un
maresciallo di Via Salvo d’Acquisto. «Loro hanno grandi responsabilità
di comando. Noi non vogliamo assolutamente lo stipendio di altri. Siamo però in
prima linea giorno e notte,
feste comprese. Sappiamo di rischiare la vita ad
ogni posto di blocco per poco
più di due milioni al mese»
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“L’ARENA
DI VERONA” DEL 12/12/1999
MALESSERE
NELLE FORZE ARMATE
E I
MILITARI DISERTANO LA MENSA
Anche
all’Ex 3° Stormo le rivendicazioni di carattere nazionale
Villafranca.
Casa, stipendi, carriera: i militari chiedono certezze e maggiori
attenzioni. Per questo la maggior parte dei militari dell’ex Terzo stormo ieri
si è astenuta (come il 9 dicembre) dalla mensa all’ora di pranzo: il gesto è
da considerare un atto di sciopero ed è avvenuto anche in altre caserme
veronesi e italiane, Il motivo della velata dimostrazione sindacale (i militari
non possono scioperare) è un «profondo disagio, malessere e demotivazione
degli uomini delle Forze Armate». Questo ha infatti denunciato nei giorni
scorsi al residente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il Cocer
(il comitato di rappresentanza) del comparto Difesa dell’esercito, l’aeronautica
e la marina. Alla base della diserzione in mensa c’è un malessere nato dopo
la legge per la riforma delle forze armate: in particolare «la politica sulla
mobilità», denuncia il Cocer, «è non supportata da un adeguato
ammodernamento di mezzi e equipaggiamento» e «il programma di
ristrutturazione, costruzione e ammodernamento degli alloggi si è trasformato
in un angoscioso stato di apprensione per il personale, che è stato privato di
ogni certezza per il futuro, con perdita di tranquillità per interi nuclei
familiari».
Sul lato economico la rappresentanza di base delle forze armate critica un
«Paradossale fenomeno di retribuzione maggiore per il personale con minore
anzianità»: «i provvedimenti per elevare del 30 per cento le retribuzioni a
dirigenti e
vertici»; la «ingiustificata disparità tra i militari delle forze armate e i
corpi armati» e la «scarsa disponibilità del Governo sull’incremento del
fondo degli straordinari». Il Cocer sottolinea come i militari «ristagnino per
anni nella stessa posizione di carriera». Per questi motivi, ribadendo l’assoluta
fedeltà alle istituzioni, anche il personale della base di Caluri ha condiviso
la richiesta a Ciampi di farsi interprete delle necessità dei militari e di
sanare una situazione «ormai insostenibile».
|