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RASSEGNA STAMPA

anni 1999 - 2000 - 2001

 

Relazione Mandelli sull'uranio: solo pareri precostituiti

 

AdnKronos: Forze di Polizia: Bressa al Cocer, se non volete benefici........

 

Corriere della Sera: 04/2/2001: Bse: stop alla carne in scatola in caserma

 

Corriere della Sera: 25/1/2001: Polizie, i Cocer bocciano il contratto e vanno da Berlusconi

 

Il Messaggero: 25/1/2001: Contratto FF.AA. e FF.PP., intesa contestata

 

L'Arena di Verona, Bresciaoggi, Giornale di Vicena: 23/1/2001: Sergenti e Marescialli sul piede di Guerra!

 

20/1/2001: Il Corriere della Sera: Cambiano i vertici delle FF.AA.

 

20/1/2001: Il Corriere della Sera: Cambiano i vertici delle FF.AA.

 

19/1/2001: La Nazione: La rivolta dei Sottufficiali

 

15/01/2001: IL Nuovo: radaristi a rischio di cancro

 

14/01/2001: L'Arena di Verona: La sindrome dei Balcani

 

10/01/2001: Corriere della Sera: Forze Armate, si cambia

 

04/01/2001: Corriere della Sera: E i generali temono di perdere i volontari

 

04/01/2001: Corriere della sera: Uranio, Prodi: «La verità anche sui civili»

 

03/01/2001 - Radio Capital: Il Presidente Ciampi scrive a Mattarella

 

03/01/2001 - La Repubblica: Uranio, un altro morto 

 
03/01/2001: La Repubblica: Uranio - "Attenti ad una nuova Ustica" 
 
31/12/2000 - La Repubblica: "Uranio"  Non avevamo le maschere, ci hanno nascosto la verità
 
31/12/2000 - La Repubblica: "Uranio"  Non avevamo le maschere, ci hanno nascosto la verità
 
31/12/2000 - La Repubblica: L'ombra delle armi chimiche
 

29/12/2000 - Il Manifesto: Uranio, il muro del silenzio

 
26/12/2000 - Panorama on line: La morte di tre soldati riapre il caso
 
24/12/2000 -  Corriere della Sera:Uranio, sono «pulite» le basi in Bosnia
 

22/12/2000 - Brescia Oggi: caso Kosovo. Preoccupazione anche tra i militari bresciani

 
21/10/2000 - La Repubblica: armi all'uranio - La Procura sta già indagando
 
20/12/2000 - Il Messaggero: il silenzio dei generali
 

19/12/2000 - Il Messaggero: Colpiti da tumore altre due militari reduci dai Balcani

 

19/12/2000 - Il Corriede della Sera: i rischi per l'uranio disperso nel terreno dopo la guerra

 

22/9/2000 - Il Messaggero: leucemia tra i soldati in kosovo?

 

19/9/2000 - L'arena di Verona: Anche l'Esercito in politica"

 
15/9/2000 - Il Messaggero: Il comando dei Carabinieri "Nessun TG dell'Arma"
 
8/9/2000 - Il Messaggero: Gli sprechi dell'Esercito: scarpe e slip per tre secoli
 
24/8/2000 - Panorama: malessere dei militari, il piu' povero della Folgore 
 

28/6/2000 - La Repubblica: i vertici delle FF.AA. al Parlamento: siamo i meno pagati d'Europa

 

SENZA DATA: Militari mal pagati e con pochi alloggi

 
18/12/1999 - L'Arena di Verona: Stipendio troppo magro? I militari di Montorio (VR) disertano la mensa
 
18/12/1999 - L'Arena di Verona: all'ex 3° Stormo di Villafranca (VR) le rivendicazioni di carattere nazionale
 

"Solo pareri precostituiti Ciampi stabilisca la verità" 


Appello dei famigliari delle vittime al presidente
le reazioni


ROMA - «Che sarebbe finita male lo avevamo capito dalla prima volta che abbiamo conosciuto Mandelli. Ci aveva detto: "Sono più preoccupato dello smog nel centro di Roma che dell'uranio impoverito in Bosnia"». Falco Accame è una furia. L'ex ammiraglio e presidente dell'associazione nazionale delle vittime nelle forze armate organizza domani una conferenza pubblica per attaccare il rapporto della commissione. Ha chiamato a raccolta scienziati e famigliari dei soldati ammalati o morti di tumore per dire come i dati comunicati ieri non corrispondano al vero. «I casi di tumore sono in totale 80 e non 28». Secondo Accame, il metodo di analisi utilizzato da Mandelli induce in «macroscopici errori di valutazione». «Neanche Trilussa - conclude - avrebbe fatto statistiche così confuse».
Il maresciallo Domenico Leggieri, che pure si occupa di militari malati, osserva: «Mandelli ha riconosciuto che la casistica è al di sopra della media». Sia Leggieri che Accame meditano un'azione legale per ottenere dal ministero della Difesa una maggiore trasparenza amministrativa sui documenti che riguardano le vittime. «C'è gente che muore e altra che soffre ma il ministro non ha ancora voluto fornirci un quadro generale della situazione. Le istituzioni latitano». Un appello a Ciampi è stato rivolto da Amalia Trolio, presidente dell'Angesol, l'associazione dei genitori dei soldati in servizio di leva. «La commissione Mandelli - sostiene Trolio - non ha valutato le concause e ha assolto l'uranio. Ha espresso pareri precostituiti, poiché il ministero della Difesa, che l'ha disposta, è uno dei responsabili di quanto accaduto». L'Angesol chiede che vengano istituite altre commissioni che valutino non solo il problema dell'uranio, ma anche quello dei vaccini e di altre possibili contaminazioni.

 


FORZE DI POLIZIA e  FF.AA.: BRESSA AL COCER, 
SE NON VOLETE BENEFICI…

25/1/2001 

VEDREMO SE CONTRATTO POTRA’ ESSERE APPLICATO SOLO A FORZE DI POLIZIA Roma,  gen. (Adnkronos)

Il sottosegretario alla Funzione Pubblica, Gianclaudio Bressa, replica al Cocer delle Forze Armate, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza sul contratto del comparto sicurezza. “La normativa vigente – spiega – prevede che il “contratto” del personale del comparto sicurezza venga recepito con Dpr, per la cui emanazione non è previsto l’obbligo della firma in considerazione della peculiarità ordinamentale di tale personale che, infatti, non è stato contrattualizzato”. 

                                                                                                                    a cura di ã SPEEDO


CORRIERE DELLA SERA: 04/2/2001

  Le analisi diranno se contiene parti a rischio

Bse: stop alla carne in scatola in caserma

Bandita per un mese per effettuare controlli sull’eventuale presenza del morbo della mucca pazza


ROMA - Il morbo della mucca pazza fa un’altra vittima: la carne in scatola utilizzata dall’esercito. La carne in scatola nelle caserme è stata infatti bandita per 30 giorni su ordine dello stato maggiore dell’esercito.

STOP PER 30 GIORNI - «A scopo cautelativo - scrive l'Ispettore logistico dell'esercito - si dispone la sospensione di distribuzione ed e impiego per 30 giorni dei prodotti di carne, scatolette contenenti carne bovina giacenti presso i magazzini della forza armata». L'ordine dell'autorità militare è stato confermato da fonti del Ministero della Difesa, le quali hanno aggiunto di aver inviato una richiesta di parere al Ministero della Sanità, che dovrebbe arrivare nei 30 giorni di sospensione.
Le carni bovine in scatola, seppure sottoposte a tutte le norme sanitarie, sono state inscatolate da ditte italiane prima del decreto del governo che vieta l'utilizzo di alcune parti considerate a rischio. La loro scadenza è di 5 anni quindi le carni consumate attualmente possono risalire al '96.

SI ATTENDE IL PARERE DELLA SANITA’ - Sono 749 mila le confezioni di carne in scatola accantonate dall'Esercito in tutte le caserme del territorio nazionale, ma anche presso i reparti impiegati all'estero. Il valore stimato è di circa 2 miliardi di lire.
Le confezioni - da 200 grammi - saranno conservate in attesa del parere del Ministero della Sanità sulla sospensiva. Se ci sarà il via libera saranno nuovamente distribuite normalmente; in caso contrario saranno distrutte. Le stesse fonti militari hanno evidenziato che da tempo la carne in scatola non viene usata nelle mense delle caserme, mentre fa parte della «razione k» per i militari in missione.


 

CORRIERE DELLA SERA: 25/1/2001

Bassanini: «Se il Cavaliere promette aumenti maggiori è solo un politicante demagogo»

Polizie, i Cocer bocciano il contratto e vanno da Berlusconi

I rappresentanti di base di esercito, marina e aeronautica: respingiamo la proposta del governo

 
ROMA - Il ministro dell’Interno, Enzo Bianco, parla di «passo fondamentale per la sicurezza dei cittadini», ma il rinnovo del contratto per le forze di polizia è stato sottoscritto soltanto da una parte del sindacato. Hanno detto "no" il Sap, il Lisipo, l’Associazione funzionari e tutti i Cocer: esercito, marina, aeronautica, carabinieri e guardia di finanza. Un fronte della protesta che rappresenta i due terzi del settore. Nel pomeriggio proprio i rappresentanti dei Cocer sono stati ricevuti da Silvio Berlusconi e tanto è bastato per scatenare la reazione di esponenti del governo e della maggioranza. «Se Berlusconi prometterà aumenti retributivi maggiori - dichiara il ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini - dimostrerà di essere un politicante demagogo, pronto a dire tutto e il contrario di tutto pur di raccogliere qualche voto in più». Rincara la dose il coordinatore della segreteria della Quercia, Pietro Folena. «Trovo veramente preoccupante - afferma - il fatto che un personaggio che si candida, anche se non lo sarà, a capo del governo strumentalizzi così pesantemente organi di rappresentanza militari spingendoli ad assumere posizioni politiche rigettando un rinnovo contrattuale di enorme rilievo». La replica del leader del Polo è lapidaria: «Non è logico che un ministro rivolga al capo dell’opposizione democratica delle minacce, come lui ha fatto». Ai Cocer, come riferisce il delegato dell’Esercito Carlo Giuliana alla fine dell’incontro, promette poi che «se e quando diventerà presidente del Consiglio si occuperà dei nostri problemi, non solo economici, ma anche organizzativi».
Le sigle che non hanno firmato sono pronte a far valere le proprie ragioni. «La proposta del governo - affermano in una nota i Cocer di esercito, marina e aeronautica - va respinta con sdegno perché è assolutamente insufficiente a fronte delle minime aspettative e richieste del personale. La cartina di tornasole del gradimento del mondo militare sarà la prossima primavera». Nettamente contrari anche numerosi rappresentanti della polizia. Secondo il Sap «il Paese e la sicurezza dei cittadini hanno bisogno di forze di polizia efficienti e preparate, ma soprattutto motivate e trattate con minore approssimazione», per la federazione Lisipo-Sodipo-Anfp la «risposta che è stata data all'esigenza di un adeguamento delle retribuzioni è illusoria e per certi versi addirittura umiliante. Si aggravano le condizioni di appiattimento retributivo, si demotivano i quadri direttivi e si creano le premesse per profonde e ingestibili spaccature all'interno di ciascuna forza di polizia».
Di tutt’altro parere i rappresentanti del Siulp e della Silp-Cgil, che definiscono «equo» l'accordo raggiunto e riconoscono «a questo esecutivo, che pure abbiamo aspramente contestato, di aver dimostrato coi fatti di essere sensibile ai problemi dei poliziotti e pronto a ritornare sulle proprie decisioni quando queste sono apparse inadeguate».

 


 

IL MESSAGGERO 

INTESA CONTESTATA

Forze dell’ordine, guerra sul contratto
Firmato solo da uno su 4. I Cocer ricevuti da Berlusconi, Bassanini: «Demagogia»

di CARLO MERCURI

ROMA - E’ stato firmato il nuovo contratto del personale del comparto Sicurezza. Quello che riguarda, cioè, i lavoratori delle Forze armate e delle Forze di Polizia, sia a ordinamento militare che civile. Un numero di "speciali" lavoratori che, in Italia, supera le 400 mila unità. Del totale dei 400 mila, hanno sottoscritto il contratto organizzazioni rappresentative di poco più di 100 mila persone. E’ passato dunque un contratto firmato solo da un quarto del personale. Converrà partire da qui.
Secondo il sottosegretario Gianclaudio Bressa, che è poi il capo della delegazione governativa che ha condotto le trattative, «la firma per il rinnovo del contratto del personale del comparto Sicurezza è motivo di soddisfazione. Nella Finanziaria sono stati stanziati 1936 miliardi, più di quanti ne avesse chiesti l’opposizione. Ci saranno centounomila lire nette al mese in più per il livello salariale minimo. Per i livelli più alti si può arrivare perfino a 350 mila lire al mese in più. Non se ne trovano tanti, sia nel pubblico che nel privato, di contratti del genere. Capisco, tuttavia, lo scontento delle Forze armate - dice Bressa - L’indennità accessoria, la cosiddetta "Alta valenza operativa", viene percepita solo da un terzo del personale. Restano penalizzate circa 70 mila persone, c’è un’evidente sperequazione. I Cocer dei carabinieri e della Finanza poi, protestano per la proposta di decreto sul riordino delle carriere e hanno posto come condizione per la firma la modifica di quel decreto. Il Governo ha comunque presentato un emendamento su un provvedimento in discussione alla Camera la prossima settimana. L’obiettivo è quello di riconoscere la peculiarità del comparto Sicurezza organizzando le carriere non più sui livelli, come per il pubblico impiego, ma secondo la logica dei gradi».
Bressa, dunque, si è detto soddisfatto per il lavoro svolto, così come soddisfatti si sono detti i ministri Bassanini e Bianco. Gli esponenti del Governo hanno tuttavia mostrato un certo fastidio quando la nutrita delegazione di "scontenti" (i rappresentanti di coloro che non hanno firmato il contratto) si è recata in visita da Silvio Berlusconi, capo dell’opposizione. Bassanini ha così commentato: «Berlusconi ha convocato le organizzazioni sindacali del comparto Sicurezza. Si tratta, credo, dello stesso Berlusconi che domenica ha ripetutamente annunciato di voler tagliare del 30 per cento le spese di gestione delle amministrazioni pubbliche. Queste spese sono per oltre due terzi spese per il personale. Dunque Berlusconi propone di ridurre drasticamente le retribuzioni del settore pubblico, non certo di incrementarle».
Silvio Berlusconi ha risposto: «Bassanini fa un’intemerata fuori luogo e ribalta la realtà. Non ho mai detto che abbasseremo del 30 per cento le spese della pubblica amministrazione. Se l’avessi detto, sarei stato fuori di senno. Stia tranquillo - ha continuato Berlusconi rivolto a Bassanini - Noi intendiamo mettere mano al comparto delle Forze dell’Ordine per cambiare completamente l’organizzazione partendo da una diversa filosofia che è la difesa dei cittadini e la prevenzione dei reati, anziché la repressione».
Commenti soddisfatti si registrano, in Polizia, da parte delle sigle che hanno sottoscritto l’accordo (Siulp, Silp-Cgil, Usp e Coisp). Il segretario del’Usp, Giampaolo Tronci, l’ha definito «il migliore dal 1981 in poi». Giovanni Aliquò, segretario dei Funzionari, ha invece affermato: «Ancora una volta questo Governo ha preso a calci tutti coloro che quotidianamente rischiano la vita per garantire l’ordine e la pace».

 


 

L'Arena di Verona, Bresciaoggi e Giornale di Vicenza
 del 23/1/2001

Sergenti e Marescialli sul piede di Guerra!

 

     Non bastasse la paura per l’uranio impoverito, nelle forze armate ora soffia forte il vento della protesta per un progetto di riordino delle carriere dei sottufficiali all’esame del governo <<Baffi>> e <<Binari>>, sergenti e marescialli sono sul piede di guerra per un intervento che, a loro avviso, rallenta gli avanzamenti di carriera e li penalizza sotto il profilo economico.

     E cosi’ la protesta si è organizzata e attraverso il portale di militari presenti un po’ in tutta Italia, ha inondato di fax e di telegrammi la presidenza del Consiglio per chiedere uno stop alla proposta di riordino delle carriere elaborata dallo Stato maggiore della Difesa.

Almeno 20.000 le lettere inviate a Roma negli ultimi giorni, soprattutto dal Triveneto, a conferma del disagio con cui i sottufficiali guardano a questa riforma. Tra gli aspetti maggiormente criticati, l’Sideweb lamenta la mancata semplificazione della catena gerarchica: <<Anziché semplificare la catena gerarchica riducendo il numero dei gradi, tale proposta prevede un aumento dei gradi, introducendo nuovo figure al vertice della categoria senza pero’ associarvi un adeguato riconoscimento funzionale ed economico>>. Per non dire, aggiungo, della mancata parificazione con l’arma dei carabinieri. 

     A differenza poi di quanto avviene per gli ufficiali, lamenta l’Sideweb, <<non vengono minimamente tenute in considerazione le anzianità>>.

In piu’, accusa l’Sideweb <<viene istituito il pericoloso principio secondo cui il trattamento economico del sottufficiale avrebbe un legame diretto con le note caratteristiche e con le sanzioni disciplinari.

Tale principio non puo’ che condurre ad ancora piu’ insostenibili sperequazioni ed ingiustizie, attribuendo una facoltà diretta ai superiori di decidere sul trattamento economico dei subordinati, senza che vi siano le necessarie garanzie di equità>>.


 

CORRIERE DELLA SERA- 20/1/2001

CAMBIANO I VERTICI MILITARI

Ieri le decisioni del Consiglio dei ministri: proroga per i Carabinieri, slitta anche il rinnovo del comando dell’Aeronautica Nuovi vertici militari, all’Arma resta Siracusa Mosca Moschini capo di Stato Maggiore, De Donno alla Marina, Zignani alla Guardia di Finanza

 
ROMA - Con i suoi modi pacati, lo stile soft, Sergio Mattarella, ministro della Difesa, è riuscito a far passare le nomine dei capi militari senza la minima polemica. Basti pensare al putiferio che si scatenò l'anno scorso, quando fu deciso di lasciare Sergio Siracusa per altri 12 mesi al comando generale dei Carabinieri. Il Consiglio dei ministri di ieri, con largo anticipo sulla scadenza (il 1° aprile), ha concesso a Siracusa un ulteriore periodo di 12 mesi. E tutti zitti. Questo perché, secondo il sottosegretario alla Difesa Massimo Ostillio, «anche il Polo riconosce la professionalità delle persone scelte». In effetti Rolando Mosca Moschini va a occupare la poltrona di capo di Stato maggiore della Difesa sospinto da un coro di consensi. Lascia il comando generale della Guardia di finanza, ma dovrà aspettare il 2 aprile prima di assumere il nuovo incarico perché all'attuale numero uno della Difesa, Mario Arpino, sono stati concessi un paio di mesi di proroga. Per dargli l’opportunità di concorrere, mentre è ancora in carica, alla presidenza del comitato militare europeo, che verrà assegnata nella seconda metà di marzo.
E’ un incarico di assoluto prestigio, previsto dal nascente esercito europeo. Il titolare avrà il controllo sui capi di Stato maggiore della Difesa di tutti i Paesi della Comunità. Non è detto che Arpino la spunti. Sono dalla sua parte francesi e inglesi, mentre i tedeschi appaiono perplessi e anche i belgi nicchiano. Il timore dei contrari è che nelle Forze armate internazionali l'Italia finisca col diventare sovraesposta. Il comandante della Kfor nel Kosovo è italiano. Il capo del comitato militare della Nato è l’ammiraglio Guido Venturoni. Un terzo uomo ai vertici è un po’ difficile da digerire.
Ad ogni modo, la pur breve proroga accordata al generale Arpino ha fatto puntare i piedi ad Andrea Fornasiero, capo di Stato maggiore dell'Aeronautica. La sua carriera si sarebbe dovuta concludere il 2 febbraio. Ma ha fatto sapere di aspettarsi anche lui un prolungamento dell’incarico, altrimenti temeva che all’esterno il suo pensionamento sarebbe stato messo in relazione con il caso uranio impoverito. E lui non voleva apparire come l’unica vittima di questa brutta faccenda.
Resterà ancora sei mesi al suo posto. Dovrà portare pazienza Sandro Ferracuti, capo della squadra aerea, che era l’unico candidato alla successione. Anche un altro elemento imprevisto ha reso necessaria per adesso la sua permanenza alla guida della squadra aerea: impossibile un accordo sul sostituto.
Il sottosegretario alla Difesa Marco Minniti premeva per dare quell’incarico al generale Leonardo Tricarico, consigliere militare di Palazzo Chigi. Ma buoni sponsor aveva anche il generale De Carolis.
Tutto liscio invece alla Marina. A metà febbraio va in pensione l’ammiraglio Umberto Guarnieri. Lascia la poltrona di capo di Stato maggiore all'ammiraglio Marcello De Donno, attuale capo della squadra navale, cognato dell’ex ministro e adesso sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone (An).
Un altro uomo della Marina, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, prosegue la sua scalata. Da capo di gabinetto del ministro va in un altro posto chiave, la segreteria generale della Difesa con competenza sugli armamenti, lasciata libera da Alberto Zignani che sostituisce Mosca Moschini al comando della Finanza. Ma Di Paola, che è giovanissimo, ha esperienze internazionali e parla 7 lingue, sembra destinato fra 3 anni a vestire la divisa di capo di Stato maggiore della Difesa.

 



LA NAZIONE - 19/1/2001

La rivolta dei Sottufficiali
 <<Presi in giro dallo Stato>>
di Cecilia Marzotti

SIENA. – In 20.000, stretti nella divisa da sottufficiali, si stanno rivolgendo al governo. In silenzio, ma con tanta delusione verso uno stato che prima li ha <dimenticati> in Libano, in Somalia, dando loro stivaletti di gomma nonostante i 50 gradi, poi nei Balcani dove, ignari, hanno respirato le polveri dell’uranio impoverito. E ora si sentono <presi in giro> dalla legge sul riordino dei gradi. I 20.000 hanno cosi’ preso carta e penna (non possono scendere in piazza come altri lavoratori) e da giorni intasano i fax della presidenza del consiglio dei ministri per dire <no> a una norma che definiscono un bluff e che, invece, avrebbe dovuto dare loro un po’ di gratificazione dopo tanti anni trascorsi a dire <Signorsì comandi>. Le lettere arrivano da tutta Italia: da Firenze a Bologna, da Siena a Pesaro, da Milano a Roma. Un maresciallo capo, ad esempio, con 25 anni di servizio prende 2 milioni e mezzo al mese. Ebbene oggi lui, come tutti gli altri suoi colleghi, si sentono <umiliati>. E scrivono: <E’ stato imitato l’esercito borbonico: quando il popolo si lamenta, aumentiamo la paga ai generali>. Infatti per questi ultimi è stato deciso un aumento annuo di 12.600.000, contro gli 8.100.000 per i colonnelli e 500.000 (sempre annue e lorde) per i sottufficiali. <Poi ci parlano di nonnismo – si legge in una lettera -, proprio loro>. Dunque è proprio il caso di dire, a fronte di questa norma che ha scosso nelle fondamenta i 20.000 sottufficiali dell’esercito italiano, che è piu’ facile diventare colonnello che luogotenente. Un grado quest’ultimo, già dato ai carabinieri. Ma quanti oggi hanno 40 anni e sono marescialli, difficilmente raggiungeranno questo grado, nonostante note caratteristiche eccellenti e nessuna sanzione. E oggi questi 20.000, stretti nella loro divisa, non possono far altro che scrivere a palazzo Chigi sperando di non essere ancora una volta dimenticati dal loro Stato. Una rivolta silenziosa, anche se portata avanti con rabbia. La rabbia degli umiliati e degli insoddisfatti dal decreto sul riordino delle carriere dei sottufficiali e volontari delle forze armate. . Se la norma passerà, sostengono gli interessati, <così come è stata formulata non ci daranno nulla. Non c’è scelta. E’ assurdo, ma tutto questo sta accadendo. Siamo stati ancora una volta dimenticati>.


IL NUOVO - 15/01/2001

RAADARISTI A RISCHIO DEL CANCRO!

BERLINO -  Sessantanove malati di cancro, di cui 24 già morti, e forse si tratta solo della punta di un iceberg. Un autentico bollettino di guerra giunge dalla Germania, questa volta però sotto accusa non sono i proiettili all’uranio impoverito, ma normalissimi radar militari. Finora, almeno ufficialmente, ritenuti innocui. A lanciare l’allarme è stata il secondo canale televisivo pubblico “Zdf”: l’emittente cita uno studio - in un primo tempo negato, poi confermato dallo stesso ministro della Difesa Rudolf Scharping - che dimostra scientificamente come nel corso di 25-30 anni i militari addetti ai radar siano stati esposti, senza alcuna protezione, a raggi X, un “sottoprodotto” dei raggi emessi dal radar. I risultati sono gravi danni alla salute dei soldati, i sessantanove casi rintracciati sono soltanto un campione, complessivamente il numero di militari esposti in questi anni alle radiazioni si aggira intorno alle 900 unità. L’età media delle morti di cancro - si parla di leucemia, tumori cerebrali, cancro ai nodi linfatici, carcinomi polmonari - è di soli 40 anni.

Secondo lo studio citato dalla “Zdf”, già alla fine degli anni Cinquanta la Bundeswehr era al corrente dei rischi per i soldati, ma non aveva mai preso alcuna  misura di protezione. Ancora negli anni Novanta i valori massimi sono stati superati ad esempio nel sistema di difesa Patriot.

“Con sicurezza - si legge nello studio - si può affermare che le soglie di tolleranza massima sono state ampiamente superate. I soldati non sono stati né informati né protetti”. Secondo la “Zdf” lo studio era già da due anni in possesso delle autorità militari, che però l’avevano tenuto sotto chiave.

Una pesantissima accusa, cominciano a fioccare le denunce degli ex milari danneggiati. Il primo è l’ex sottoufficiale addetto ai radar Peter Rasch, oggi cinquantanovenne, che negli anni Sessanta si ammalò 39 volte in soli quattro anni, i medici non riuscirono mai a trovare le cause. Più tardi al sottoufficiale fu scoperto un tumore al polmone, fortunatamente guarito da una tempestiva chemioterapia. Rasch ha in mano documenti che dimostrano che già nel 1958 il suo posto di lavoro era stato ispezionato dalle autorità locali, raccomandando ai vertici militari di porre protezioni di piombo intorno alle apparecchiature. Ancora nel 1992 una misurazione aveva rivelato valori 15 volte superiori ai livelli di guardia.

Il ministro Scharping ha ammesso l’esistenza dello studio: “Il numero dei casi registrati è davvero drammatico” - ha detto. Scharping ha chiesto che i tempi dei tempi brevi per i risarcimenti, ma ha difeso il suo dicastero: “Già nel 1962 - ha detto - furono diramate istruzioni di protezione, riprese dalla Nato nel 1978 e solo nel 1984 dalle autorità civili”.
Adesso però si pone un dubbio drammatico: gli impianti radar tedeschi sono spesso analoghi a quelli usati in altri paesi della Nato, Italia inclusa. E se anche altrove non fu usata alcuna protezione, il caso tedesco dei radar potrebbe diventare - come già mucca pazza e i proiettili all’uranio - un caso europeo.


FORZE ARMATE, SI CAMBIA
In ascesa Mosca Moschini
10/01/2001

 

ROMA. Il caso dell'uranio impoverito rischia di mandare a casa prima del previsto i capi militari. Nel giro di un mese arrivano a scadenza gli incarichi del capo di Stato maggiore della Diffesa, Mario Arpino, della Marina, Umberto Guarnieri, dell'esercito, Francesco cervoni, e dell'Aeronautica, Andrea Fornasiero.

In un primo tempo si pensava di prorogare di sei mesi la fine del mandato in attesa delle elezioni. Ora pero', dopo le polemiche per i proiettili all'uranio, il governo sarebbe intenzionato a non concedere proroghe. Il cambio dei vertici dovrebbe avvenire alla scadenza naturale. Su questo c'è anche l'accordo dei leader del Polo. Mentre alcuni, come ieri i Verdi, chiedono di far piazza pulita subito. Il sostituto di Arpino al vertice della Difesa sarà sicuramente il generale Rolando Mosca Moschini, attuale comandante della Guardia di Finanza. Ieri, Mosca Moschini ha avuto un incontro con il ministro delle Finanze Visco, insieme con loro c'era anche il generale Alberto Zignani, segretario generale della Difesa. Ed è sembrato un cambio della guardia, perche' Zignani dovrebbe diventare comandante della Finanza. Al posto di Zignani andrebbe l'Ammiraglio Giampaolo di Paola, attuale capo di gabinetto del ministro della Difesa. Per Arpino si prospetterebbe un incarico nell'ambito della Difesa Europea.


IL CORRIERE DELLA SERA
04/01/2001

IL RETROSCENA

E i generali temono di perdere i volontari

ROMA - «Siamo in piena paranoia. Ma se questa psicosi dilaga, rischiamo grosso». Nei palazzi della Difesa in via XX Settembre si incontrano solo facce scure. Capi militari preoccupati perché cominciano a temere che la «sindrome dei Balcani» possa avere conseguenze gravi, fino a minare l'intera riforma delle Forze armate. «Se va avanti così - dicono - e se prende piede un senso di paura irrazionale, c’è il rischio che nessuno voglia più fare il volontario. E per riempire le caserme dovremo ripristinare la leva». C’è frustrazione. Ma non per tutti. «Noi non siamo demoralizzati. Siamo fortemente arrabbiati», sibilano alcuni ufficiali dello Stato maggiore Esercito. Il loro capo, Francesco Cervoni, è stato messo da qualche politico sul banco degli accusati. Dicono sia colpevole di aver mandato i militari allo sbaraglio nei Balcani, senza avvertirli dei pericoli ai quali andavano incontro. Chi lancia queste accuse - martellano gli ufficiali - parla a vanvera: «Non sa che noi dello Stato maggiore avevamo le notizie sui proiettili all'uranio e le abbiamo comunicate agli uomini diretti in Kosovo, indicando anche tutte le precauzioni da prendere. Siamo arrabbiati e offesi». Per l'intervento in Bosnia, invece, il problema uranio non si pose «perché agli americani è mancata un po' di giusta iniziativa, di capacità di comunicazione per far sapere agli altri che avrebbero usato quei dardi». Come dire: in quel caso non ci potete accusare di nulla perché noi stessi ignoravamo.
A Valdo Spini, presidente della commissione Difesa della Camera, lo sdegno degli ufficiali sembra comprensibile. Anche se considera assurda l'ipotesi di un ripristino della leva, perché «nelle missioni di pace all'estero non si possono mandare ragazzi impreparati, c'è bisogno di professionisti». Spini, però, pone il problema di come mettere fine a tutto questo turbine che ha di colpo sconvolto l'ambiente militare, abituato negli ultimi tempi a godersi gli allori delle missioni di pace. «Il governo - secondo Spini - sta perdendo troppo tempo. Bisogna mettere un freno immediato a tutta questa grande confusione. Per esempio, la commissione scientifica deve dire subito se, in base ai dati epidemiologici, è normale che su 60 mila uomini passati per i Balcani ci siano 5 o 6 vittime. Siamo nella media nazionale delle malattie tumorali o no?». Non abbiamo, dice Spini, «una sola certezza e troppa gente straparla: uno stop ci vuole. Altrimenti andiamo incontro a pesanti conseguenze.

 


IL CORRIERE DELLA SERA
04/01/2001

Il comitato politico Nato affronterà la questione il 9 gennaio

Uranio, Prodi: «La verità anche sui civili»



Il presidente della Commissione Ue ha detto che l’Europa deve fare chiarezza e assumersi le sue responsabilità


ROMA — La Commissione europea dovrà accertare la verità sulle conseguenze dell'uso di proiettili all'uranio impoverito nei Balcani. Lo ha detto il presidente della Commissione Ue Romano Prodi intervenendo in una trasmissione radiofonica della Rai.
«Voglio che si accerti la verità - ha detto Prodi - non solo sui nostri soldati, ma anche su chi viveva vicino a loro, sui civili. Come presidente della Commissione - ha aggiunto - proporrò di avviare rapporti immediati con i governi di Bosnia e Serbia per parlare con loro dell'inquinamento e dei problemi legati all'uranio impoverito».
La responsabilità della futura politica verso i Balcani, ha sottolineato Prodi, «è nostra, è europea e non degli Stati Uniti. Se vogliamo costruire un futuro di pace dobbiamo assumerci le nostre responsabilità».

LA NATO NE DISCUTERA’ IL 9 GENNAIO - La Nato si è dichiarata disponibile a fornire tutte le informazioni raccolte in merito alle possibili contaminazioni da uranio impoverito e ha annunciato che affronterà la questione nel comitato politico che si svolgerà il prossimo 9 gennaio. «La Nato prenderà tutte le misure necessarie per fornire le informazioni che l'Italia richiede», ha detto da Bruxelles una portavoce dell'Alleanza atlantica che ha anche riferito di un’inchiesta avviata sulla vicenda ma ha poi aggiunto che non esistono prove certe sul legame tra cancro, melanona, leucemia e l’uso di uranio impoverito.

CIAMPI HA TELEFONATO A MATTARELLA — Anche il presidente della Repubblica è preoccupato per le morti sospette dei reduci del Kosovo e della Bosnia che sarebbero legate all'uso dell'uranio impoverito. Carlo Azeglio Ciampi ha telefonato al ministro della Difesa, Mattarella, per chiedergli informazioni sugli sviluppi dell'azione di governo a proposito degli accertamenti relativi al sospetto di contaminazione da uranio nelle operazioni militari svoltesi nei Balcani.

SONO SEI I MILITARI ITALIANI MORTI — I morti su cui grava il sospetto di contaminazione da «uranio impoverito» sono sei. L'ultima vittima è Salvatore Carbonaro, 24 anni, di Floridia (Siracusa). Due missioni in Bosnia alle spalle, Carbonaro è morto nella notte tra il 5 e il 6 novembre scorsi nel reparto di ematologia dell'ospedale San Matteo. Un decesso provocato ufficialmente da una leucemia. Ma altre sei nuove segnalazioni di militari malati, si sono aggiunte alle decine dei giorni scorsi (si parla addirittura di quaranta).

 

Da Parigi un nuovo appello alla Nato per fare chiarezza

«Sindrome dei Balcani» paura in Europa

Quattro casi di leucemia anche in Francia mentre si indaga sulla morte sospetta di un pilota di elicotteri ceco




PARIGI - Si estende in tutta Europa la paura per la cosiddetta «sindrome dei Balcani». Quattro soldati francesi sono attualmente ricoverati per leucemia negli ospedali militari. Il sospetto è che la loro malattia dipenda dalla possibile contaminazione con l’uranio impoverito, utilizzato nei proiettili usati dalla Nato nella ex-Jugoslavia. Lo ha annunciato il portavoce del Ministero della Difesa, Jean-Francois Bureau.
Il portavoce ha riferito che il ministro Alain Richard ha disposto l'avvio di «esami per stabilire se vi siano eventuali relazioni tra questi casi di leucemia e la permanenza dei soldati nei Balcani».
Secondo Richard le loro condizioni sono «tranquillizzanti», anche se per motivi di privacy non vengono fornite ulteriori informazioni. Anche Parigi vuole comunque che sia fatta chiarezza su questa vicenda e lo stesso ministro della Difesa ha chiesto agli americani di «essere trasparenti» su questo tema.

SOSPETTI PER LA MORTE DI UN MILITARE CECO — Un pilota di elicottero ceco è morto un anno fa poco dopo essere tornato da una missione in Bosnia e, secondo quanto scrive oggi il quotidiano «Mlada fronta Dnes», potrebbe trattarsi di una vittima della cosiddetta «Sindrome dei Balcani». Secondo il racconto del comandante dell'elicottero, Jaromir Dolezal, il pilota, Michal Martinak, della base aerea di Kbely, presso Praga, dopo aver effettuato una missione di un giorno in Bosnia fu fatto tornare in patria dopo che un esame medico aveva rivelato una «disfunzione del sistema sanguigno».

PRIMA DELLA MISSIONE ERA SANO — Il pilota, secondo quanto sostiene il suo comandante, aveva già effettuato lo stesso esame prima della partenza per la missione. Il capo del servizio sanitario dell'Esercito, il generale Jan Petras, ha già annunciato la creazione di una commissione d'inchiesta per investigare sulla morte di Martinak. Secondo il generale, gli effetti radioattivi dell'uranio impoverito sono comunque insignificanti. Egli ha anche spiegato che i soldati cechi vengono sottoposti ad esami medici completi prima e dopo ogni missione.


03/01/2001 Radio Capital

Uranio impoverito, la Nato pronta a fornire chiarimenti
Il Presidente Ciampi scrive a Mattarella


L'Alleanza atlantica farà di tutto per fornire all'Italia informazioni sull'uso di armi all'uranio nei Balcani. Lo ha dichiarato oggi una portavoce della Nato reagendo alle sollecitazioni del presidente del consiglio Giuliano Amato. 'Del resto - ha aggiunto - abbiamo gia' avviato un'inchiesta. Il presidente Ciampi, intanto, ha chiesto al ministro della Difesa Mattarella informazioni sull'azione di governo a proposito della possibile contaminazione da uranio impoverito di nostri soldati.


03/01/2001 - La Repubblica

Uranio, un altro morto 

Militare reduce dalla Bosnia ucciso dalla leucemia: è il sesto

dal nostro inviato ROBERTO BIANCHIN


PAVIA - Sorrideva, il soldato Salvatore, quando i suoi amici l'hanno fotografato a Sarajevo, in divisa, vicino a una mitragliatrice. Era andato in Bosnia due volte, per "guadagnare qualche soldo per la famiglia". Non pensava di tornare malato di leucemia. Il male, un male "particolarmente aggressivo, resistente ad ogni cura", ricorda il medico che l'ha curato, lo ha stroncato in un anno e mezzo. Il nome di Salvatore Carbonaro, 24 anni, siciliano di Floridia, vicino a Siracusa, soldato di leva in forza alla Brigata Garibaldi, morto la notte tra il 5 e il 6 novembre scorso all'ospedale San Matteo di Pavia, si va ad aggiungere alla lista dei militari italiani deceduti al ritorno dalle missioni nell'ex Jugoslavia.
Un elenco di morti sospette per leucemie e tumori contratti dai militari che sono stati nei Balcani, che si allunga ogni giorno che passa: Salvatore è la sesta vittima. La prima, poco più di un anno fa, nel settembre del '99, fu il soldato sardo Salvatore Vacca, colpito anche lui, come gli altri, da una leucemia fulminante. Rinaldo Colombo, carabiniere di Samarate, nei pressi di Varese, tornato anch'egli dalla Bosnia, morì invece, l'8 novembre scorso, per un melanoma. Il sospetto è identico per tutti: che ad uccidere sia stato lo stesso killer spietato e silenzioso, l'uranio "impoverito", che i militari americani (18 mila veterani della guerra contro l'Iraq contaminati dalle loro stesse armi) chiamano "metal of dishonor", il metallo del disonore. Un metallo tossico e radioattivo usato per fare i proiettili e per rinforzare le corazze dei carri armati, degli aerei, degli elicotteri, delle navi e persino dei satelliti. Un nemico invisibile, che nessuno conosceva, da cui nessuno aveva i mezzi per difendersi.
Salvatore, che era sano, che era giovane e forte, ci lavorava accanto a quel nemico mortale. Faceva l'armiere in Bosnia, stava tutto il giorno in compagnia di fucili, mitragliatrici, pallottole e carri, e aveva l'incarico di pulire le armi. Le sgrassava, le lucidava, le teneva in ordine. Quando si ammalò all'improvviso, fu il primo a pensare di aver preso la leucemia per colpa di quelle armi che sparavano i micidiali proiettili all'uranio, o per colpa del benzene che adoperava per lavorare, e lo scrisse nel suo diario. Un atto di accusa lucido, preciso. Aveva anche avviato una causa di servizio per sapere se era stata questa la causa del suo male. Nessuno gli ha mai risposto. Quando si è ammalato l'hanno congedato. Congedato e basta, senza occuparsi più di lui, lasciato solo a lottare con la morte.
Salvatore faceva il militare a Persano, vicino a Salerno, quando nell'98, a soli 22 anni, decise di partire per la Bosnia. Una missione di due mesi, filata via liscia, senza problemi, senza malattie. Era addetto al servizio vettovagliamento. Nel dicembre dello stesso anno decise di tornare a Sarajevo. Gli servivano per aiutare la sua famiglia quei soldini in più che danno ai militari quando vanno all'estero in missione. La sua seconda volta in Bosnia dura tre mesi, fino a febbraio del '99, ma stavolta cambia lavoro: non più viveri ma armi. Viene destinato all'armeria. E' lì, mentre pulisce i cannoni, che si fa fotografare dagli altri soldati. Non pensa certo di correre dei rischi. Ma è lì, probabilmente, che si ammala. Perché tre mesi dopo il suo ritorno in Italia, nel maggio '99, mentre sta continuando il suo servizio militare, sempre a Persano, avverte i primi sintomi del male che lo strapperà alla vita. La diagnosi non lascia scampo: leucemia. Lo congedano senza un grazie.
E qui comincia il suo calvario. All'inizio di maggio viene ricoverato una prima volta all'ospedale di Siracusa, poi a metà del mese, vista la gravità della situazione, si rivolge a un ospedale specializzato, il San Matteo di Pavia, dove per diciotto mesi combatte la sua battaglia contro il male, fino ad arrendersi, la notte fra il 5 e il 6 novembre.
"Me lo ricordo bene quel ragazzo - dice il professor Mario Lazzarino, direttore della divisione Ematologia dell'ospedale San Matteo - ha combattuto fino alla fine, come ha potuto. La sua vicenda ci ha colpito molto, e ci ha toccato tutti". Il medico racconta di una leucemia acuta, particolarmente aggressiva e resistente: "Ci siamo trovati di fronte una malattia piuttosto refrattaria alle cure: abbiamo tentato una chemioterapia intensiva, ma dopo una risposta iniziale positiva, c'è stato un aggravarsi delle condizioni, e quindi una ricaduta fatale". Però è cauto, il professore, sulle cause della leucemia: "Non è possibile stabilire a priori un nesso tra la morte del militare e la sua permanenza in Bosnia".
Non l'hanno aiutato, Salvatore, neanche per i funerali. La notte che morì, suo fratello Mauro, che lo assisteva, fu derubato del portafogli. Dentro c'erano tre milioni e mezzo, quelli per le esequie. Per pagargli il funerale hanno dovuto fare una colletta in ospedale.


03/01/2001 La Repubblica
Uranio  -  "Attenti ad una nuova Ustica" 


Nelle riunioni dei militari con Mattarella il timore di un caso incontrollabile

di VINCENZO NIGRO


ROMA - "Io credo che non possiamo più aspettare, siamo stati cauti, abbiamo riflettuto, abbiamo provato a lavorare secondo legge e secondo coscienza, ma le cose vanno più veloci della verità che stiamo cercando. Io questa storia l'ho già vista, si chiama Ustica... gli elementi ci sono tutti, per creare qualcosa come una nuova Ustica, un nuovo mistero che finirà fuori controllo, in cui nessuno riuscirà a capire più dove sia il giusto".
Sono le nove del mattino, i carabinieri di guardia a Palazzo Baracchini battono i piedi in terra dal freddo. Su, al primo piano, dietro tre dita di vetri blindati che difendono dal pericolo ma a volte separano dal paese, i capi della Difesa sono alla prima riunione di una giornata assai lunga.
Il capo di stato maggiore Mario Arpino, il generale che comanda tutta la Difesa, siede di fronte a Giampaolo Di Paola, l'ammiraglio che guida il Gabinetto del ministro Mattarella. Si preparano all' incontro che stanno per avere con Sergio Mattarella, il primo di una serie che terrà il ministro bloccato per ore alla sua scrivania. É Arpino che per primo lancia l'allarme sulla "sindrome Ustica": "Qualsiasi cosa facciamo, comunque lo facciamo rischia di ritorcersi contro di noi. Ma se non facciamo nulla, se aspettiamo soltanto i tempi della scienza e delle commissioni rischiamo di fare anora peggio". Già, ma cosa fare? "L'allarme uranio impoverito ormai è vicino a livello da psicosi collettiva, incontrollata e purtroppo incontrollabile", dice una fonti della Difesa che parla con Repubblica: "Forse solo Ciampi o Veronesi potrebbero raffreddare per un attimo la situazione. Ma per ora non lo fanno". Gianfranco Astori, ex deputato, consigliere di Mattarella, fa un altro esempio: "Rischia di essere un altro caso Di Bella, e forse come allora, come col caso Di Bella, dovremo attendere che i tecnici ci dicano la verità su cosa è malattia collegata all'uranio, cose è da far risalire al benzene e cosa invece non c'entra nulla con la Bosnia e il Kosovo".
Alle 10 del mattino Arpino e Di Paola si spostano nello studio di Mattarella, iniziano a discutere, pianificano la missione in Bosnia di domani e quella in Kosovo del sottosegretario Minniti. Mattarella ha una preoccupazione: quella di garantire, di rispettare serenità e serietà di lavoro per la Commissione Mandelli. I militari sono preoccupati per quello che accade alla Difesa italiana nella Nato ("da Bruxelles ancora non capiscono che questa per noi è una questione seria"), per gli effetti sui nostri soldati nei Balcani, per la credibilità del sistema-Difesa nel paese.
Mattarella concorda, dobbiamo muoverci. Ma fissa i suoi punti, e li ripete nel pomeriggio in un'intervista che rilascia al Corriere della Sera: nessuna interferenza col lavoro della Commissione Mandelli, nessuna pressione, nessuna interferenza. Il governo deve capire se le malattie che spuntano in questi giorni sono episodi singoli o collegati fra di loro, se sono riconducibili all'uranio impoverito oppure a vaccinazioni che possono aver indebolito il sistema immunologico di alcuni soldati. Mattarella ripete: Mandelli deve lavorare senza sentire addosso l'angoscia, la pressione dell'opinione pubblica. Come dire: evitare un nuovo effetto-Ustica rispettando i tempi di una commissione in stile Di Bella.



31/12/2000 LA REPUBBLICA
"Non avevamo le maschere ci hanno nascosto la verità"
 


Un carabiniere amico di Rinaldo: "I proiettili all'uranio fondevano i carri armati"

dal nostro inviato ANNALISA CAMORANI


SAMARATE (Varese) - "Rinaldo in divisa, perfetto nel suo metro e novanta e Valentina in abito bianco davanti all'altare. Neanche due anni dopo, la bara portata a spalla dai militari. Nella stessa chiesa a San Macario di Samarate". Due immagini troppo vicine nel tempo che Valentino non riesce a togliersi dalla testa. L'uomo, suocero di Rinaldo Colombo, ripete come un automa: "L'8 novembre mi è morto un figlio". Ma quell'accostamento di immagini non se lo scorda neanche don Giancarlo, il parroco di Sant'Anna a Busto Arsizio (Varese) che per quindici anni è stato amico del militare. "Il 12 dicembre 1998 ho celebrato il matrimonio di Rinaldo. L'11 novembre 2000 il suo funerale". Il parroco, ricordando la malattia del giovane, non pronuncia mai la parola "uranio impoverito", ma alle missioni ci pensa: "Qualche dubbio l'ha avuto. Da malato se l'è chiesto se c'era un nesso tra il melanoma che lo divorava e la Bosnia".
Forse anche Rinaldo ha fatto le stesse considerazioni che oggi fa un altro carabiniere reduce delle missioni di pace e che preferisce l'anonimato: "Non avevamo maschere né guanti. Le uniche tute le ho viste addosso ai genieri dell'esercito perché c'erano le televisioni a filmare. C'erano i ponti bombardati con munizioni radioattive e noi lì davanti a fare la guardia. Ho visto gli effetti dei proiettili all'uranio impoverito sui carri armati colpiti: le carni fuse col metallo delle corazze. E noi lì davanti. Nessuno ci ha messo in guardia sui rischi di una contaminazione. Ci hanno presi in giro tutti, dai generali ai carabinieri semplici".
Il militare era stato in missione due volte, in Bosnia-Erzegovina dal dicembre '96 a marzo '97 e in Albania da aprile ad agosto '97. Quasi un anno dopo si era scoperto un'escrescenza sottocutanea al cuoio capelluto. Poi la biopsia e la scoperta della natura maligna. "La seconda operazione alla gola è stata quella che lo ha buttato veramente giù", ricorda il suocero. "Era un ragazzone alto un metro e novanta, lo abbiamo visto precipitare, un po' alla volta. Sono stati due anni di calvario". Rinaldo e Valentina vivevano a San Macario, frazione di Samarate nella stessa casa dei genitori di lei. Al dolore per la perdita, il padre della vedova somma la preoccupazione per la figlia. "Ha 27 anni - si sfoga l'uomo, gli occhi rossi - e ha bisogno di reagire, di trovare una forza che io, anziano come sono, non riesco a trasmetterle. Per Capodanno voleva stare in casa, da sola. Sono stato io a insistere perché partisse per un po' , ha bisogno di stare con gente giovane". E così Valentina si è rifugiata per qualche giorno da alcuni amici conosciuti nei ritrovi di Cl. Ma don Giancarlo è fiducioso: "Valentina è dolce, sembrerebbe fragile. Invece è una donna consistente, forte".
Anche il padre e la madre di Rinaldo non hanno parole: "E' morto l'8 novembre e per noi è ancora come se fosse qui. La ferita della sua scomparsa è ancora troppo recente. Più avanti forse parleremo, ma in questo momento siamo ancora sotto choc".


31/12/2000 - LA REPUBBLICA
L'ombra delle armi chimiche

Mattarella: "Sulle morti dei reduci di Bosnia,indagini a 360 gradi"

di GIOVANNA CASADIO


ROMA - Non è solo l'uranio il killer dei militari italiani utilizzati in missione di pace nell'ex Jugoslavia. I diecimila proiettili radioattivi usati dalla Nato in Bosnia nel '95, i 31 mila sparati in Kosovo nel '99 non sono gli unici responsabili. Il ministro della Difesa italiano, Sergio Mattarella, ha ammesso ieri che "non si trascura alcuna ipotesi sulle ragioni che potrebbero aver portato la presenza di malattie tra i militari che si sono recati nell'area balcanica".
Se è la "sindrome dei Balcani" a uccidere decine di reduci in tutta Europa, evidenti sono le analogie con i "casi" verificatisi dopo la guerra del Golfo nel '91 e ugualmente non è da escludere che a determinare gli effetti devastanti possa essere stato l'uso di armi chimiche. Per i Balcani insomma la stessa ipotesi che si fa già da anni per l' Iraq?
Per il ministro della Difesa italiano è una fine d'anno senza tregua, dopo l'annuncio che un altro carabiniere - il quinto reduce italiano dalla Bosnia - è morto di cancro, e mentre la Procura militare allarga a altri dieci casi l'inchiesta sulla "sindrome dei Balcani": il dossier del pm Antonino Intelisano conterrebbe ora trenta nomi. Si limita ad affermare Mattarella che l'indagine sarà svolta a 360 gradi. E in una nota ricorda la commissione sanitaria da lui insediata due settimane fa, "guidata da uno scienziato di alto profilo come l'ematologo Franco Mandelli alla quale è stato dato mandato pieno per qualunque pista di indagine e di accertamento al fine di appurare la verità e garantire la sicurezza dei militari in Italia e all'estero". Nulla sarà tralasciato. Prima di tutto di individuare se esiste o meno un collegamento tra i vari casi e, in caso affermativo, con la presenza sul terreno di contaminazioni radioattive.
Nè esclude il ministro la possibilità di uno screening tra i militari inviati nei Balcani, una volta che la commissione Mandelli abbia espresso il proprio parere entro la metà di gennaio. Screening già avviato in Portogallo e in Germania. La "sindrome dei Balcani" è diventata infatti un caso politico europeo.
La Nato dichiara che mancano prove di un nesso tra morti e missioni nei Balcani, ma ambienti militari assicurano che in un dossier top-secret si vanno raccogliendo prove sull'uso di armi chimiche in quell'area.
Dal ministro della Difesa belga, Andrè Flahaut, in una lettera inviata al collega svedese Bjorn von Sydow, paese che da domani assume la presidenza di turno della Ue, è partita la proposta di analizzare il delicato problema a livello europeo. Finora nessuna risposta ufficiale. Un portavoce della Commissione Ue ieri non ha voluto commentare l'iniziativa, e il ministero della Difesa svedese si riserva di pronunciarsi dopo aver letto la lettera. Dall'Italia una sostanziale adesione: "Sarà certamente utile la possibilità di confrontare i risultati delle indagini svolte dagli altri paesi in cui ci sono stati casi simili", commenta Matterella.
Intanto cresce l'allarme anche in Italia per la "sindrome dei Balcani". Ieri è arrivata la precisazione del comando dei carabinieri di Varese che nega ci sia un nesso certo tra la morte del carabiniere Rinaldo Colombo e la sua missione in Bosnia. Colombo, 31 anni, due spedizioni di pace nei Balcani è morto per un melanoma, precisano i suoi superiori. "Nessun allarmismo, ma massimo allerta", è l'invito del Cocer dei carabinieri. Però "Unarma", l'associazione che ha diffuso la notizia della morte di Colombo, dichiara che altri quattro carabinieri (tra cui un ufficiale) tornati di recente dai Balcani, potrebbero essere stati contaminati dall'uranio impoverito. Sarebbero almeno venti i militari dell'Arma sottoposti a controlli, anche se la metà a puro titolo precauzionale. Il numero dei casi sospetti continua a crescere.
Alla ripresa dell'attività parlamentare, martedì 9 gennaio, è stato subito convocato l'ufficio di presidenza della commissione Difesa della Camera sulla "sindrome Balcani". Il presidente, Valdo Spini rivendica il ruolo ispetivo del Parlamento e annuncia un'indagine conoscitiva per stabilire a) cosa si sa sulle conseguenze della presenza di uranio impoverito nella guerra del Golfo del 1991; b) chi sapeva dei proiettili a uranio impoverito in Bosnia nel 1995 (i militari sapevano e i politici no?); c) quali precauzioni sono state prese per la spedizione in Kosovo del 1999; d) vanno acquisiti i risultati della commissione Mandelli. Inoltre, il sottosegratario all'Ambiente Valerio Calzolaio partecipa alla task force Unep (l'organizzazione delle Nazioni Unite per l' ambiente) sulla contaminazione radioattiva del Kosovo.


29/12/2000 - IL MANIFESTO

 Uranio, il muro del silenzio

I generali italiani e le istituzioni che sapevano e sanno, ma tacciono sulle operazioni militari dove è stato usato "Depleted Uranium". I bombardieri, per colpire Kosovo e Serbia, partivano da Gioia del Colle
 
di ANTONIO CAMUSO *

 

Ci stiamo rendendo conto di come la vicenda "uranio impoverito" abbia assunto un quadro allarmante solo in questi giorni in cui il muro di silenzio, che le istituzioni militari avevano eretto su questi casi, è stato rotto dalla rabbia dei familiari colpiti negli affetti più cari, dagli stessi militari ammalati e da alcuni loro rappresentanti del Cocer. Solo ora i responsabili diretti politici (Ministro della Difesa) e militari (Stato Maggiore dell'Esercito) accennano a parlare di inchieste da aprire, dati da rilevare e commissioni "neutrali" d'inchiesta da istituire.
Siamo di fronte all'ennesima ripetizione di meccanismi troppe volte rivisti nelle tante stragi di Stato che vedono coinvolti i nostri protettori: le Forze armate Usa e in particolar modo quelle inserite nell'apparato Nato. Consigliamo di andare a rivedere interviste e dichiarazioni rilasciate non solo dal Comando Nato, ma anche dai nostri responsabili politici alle domande che venivano loro poste durante i bombardamenti della primavera 1999. Tutte le dichiarazioni erano improntate a un "non ci risulta che vi sia un problema proiettili all'uranio impoverito". D'altro canto di fronte a una dichiarazione di così palese omertà, gli uffici stampa statunitensi e loro alleati si ritenevano autorizzati a fare scena muta mentre scaricavano migliaia di questi proiettili sul Kosovo e sulla Serbia. Oggi i nostri generali cascano dalle nuvole di fronte alle stesse ammissioni da parte Usa dell'utilizzo di tali ordigni, annunciano inchieste e insediano commissioni.
Sembra così che il concetto di sovranità limitata sia interpretabile, da parte loro, come un obbligo morale di preservare gli interessi e l'onorabilità delle forze armate del grande fratello americano, ritenendo invece ininfluenti i rischi e pericoli per i soldati italiani, i loro familiari e le popolazioni che abitano nei dintorni delle basi dove aerei e ordigni radioattivi sono impiegati. Senza contare poi il dato "morale" relativo all'uso contro popolazioni civili di tali ordigni.
Ci domandiamo così: com'è possibile che i nostri ufficiali non erano a conoscenza che gli A-10 di stanza ad Aviano impiegavano proiettili all'uranio?

 

Eppure su tutti i manuali e riviste specializzate del settore viene illustrato come l'armamento standard per il cannone GE GAU-8/A Avenger da 30 mm installato sui cacciabombardieri A-10 sia un misto di proiettili al tungsteno Ap da 354 grammi ciascuno e di proiettili Staballoy all'uranio impoverito da 690 grammi. Una potente arma, quel cannoncino rotante, capace di sparare da un minimo di 2.100 fino a 4.200 colpi al minuto, un vero inferno di fuoco che era stato progettato per fermare le divisioni corazzate russe che durante la guerra fredda avrebbero potuto invadere le pianure dell'Europa centrale e che poi, invece, è stato impiegato nella guerra del Golfo e nell'ex Jugoslavia.

Ignoranza o omertà?

Gli A-10 del 51st Fighter Wing dell'Usaf sono stati una presenza costante durante la crisi jugoslava nell'aeroporto di Aviano e il loro uso tattico è stato pianificato all'interno del complesso di pianificazione Nato nel quale noi italiani siamo pienamente integrati e abbiamo il diritto di sapere tutto. Chi è che mente oggi? O meglio chi è che, sapendo sin dall'inizio che si stavano innaffiando di proiettili all'uranio zone nelle quali sarebbero stati inviati nostri militari, a presidiare nel dopo-bombardamenti, non ha provveduto ad avvisare i responsabili politici (il governo) e militari (i comandi dei reparti operativi inviati in Kosovo)?
Per non rimanere nel generico individuerei innanzitutto alcuni soggetti ai quali si potrebbero andare a rivolgere queste domande: parlo del Comandante italiano della base di Aviano e dei suoi sottoposti che curavano i rapporti operativi con i reparti della forza aerea statunitense. Dobbiamo ricordare che dopo la strage del Cermis l'intero comando italiano della base aveva avuto una tirata d'orecchie per il lassismo col quale lasciavano fare e disfare in quella base, da parte dei piloti Usa, con le conseguenze che tutti noi sappiamo. Parlo del generale Leonardo Tricarico, comandante della Va Ataf di Vicenza e del Cofa (Centro Operativo della Forza Aerea), vicario della gestione delle operazioni aeree in quel frangente. Ma parlo anche del generale Giuseppe Marani, che è stato per un quarto del periodo dei bombardamenti il portavoce militare Nato a Bruxelles e che in una sua intervista diceva: "...molto spesso i giornalisti pongono domande in buona fede... certi dettagli tecnici, però, se da un lato aiutano a comprendere meglio, espongono comandi ed equipaggi a rischi gravi, limitando la libertà tattica di organizzare e applicare metodi e procedure nella maniera piu adatta alla situazione..."
E sì, tutto si risolve ad un problema tecnico, salvo che, poi, a pagarne le conseguenze sono persone innocenti. Dai primi di aprile del 1999 uno squadrone di ben 24 cacciabombardieri A-10 viene inviato in Puglia, a Gioia Del Colle, sede del 36 Stormo. Sono gli uomini dell'81st Expeditionary Fighter Squadron dell'Usaf, provenienti dalla base tedesca di Spangdahlem. Il loro compito è condurre, ora che le difese aeree jugoslave alle quote medio-basse sono indebolite dai continui attacchi, le previste incursioni a colpi di missili e cannoncini (all'uranio) contro i singoli mezzi corazzati serbi. Si può dire che è proprio da Gioia del Colle che dobbiamo il maggiore contributo di proiettili all'uranio impoverito sparati sul Kosovo e sulle provincie meridionali della Serbia. Tenendo conto che si tratta di molte tonnellate di queste munizioni utilizzate, possibile che nessun militare italiano si sia domandato che significava quel Staballoy depleted Uranium scritto sulle casse dalle quali venivano estratti i nastri per le mitragliere degli A-10? Possibile che il colonnello Mirko Zuliani comandante del 36 Stormo non sia venuto a conoscenza di tutto ciò? Gioia del Colle non è la grande Aviano e si vive fianco a fianco tra equipaggi multinazionali, è impossibile non sapere e non vedere gli entusiasmanti racconti del pilota di A-10 che, di fronte a una birra, narra di come ha visto scomparire sotto una tempesta di fuoco all'uranio una fila di tank serbi o qualche altro obiettivo mobile. Possibile che, una volta firmato l'accordo di cessate il fuoco, e saputo le zone nelle quale i nostri soldati venivano inviati come forza di occupazione e/o interposizione, a tutti questi soggetti non sia venuto in mente di avvisare lo Stato Maggiore per far scattare le adeguate protezioni per i nostri soldati? Possibile che la fedeltà alla Nato sia stata superiore a quella dovuta ai propri connazionali, che addirittutra vestono la stessa divisa? Sono domande inquietanti e che, come dicevo prima, ci portano indietro ad altre cattive esperienze "atlantiche".

"Non sapevamo nulla..."

C'è qualcos'altro che non quadra e che fa pensare a una regia di occultamento di prove, ma che ha anche motivazioni di carattere economico. Andiamo per ordine: tra agosto e settembre 1995 vi sono quegli attacchi aerei sulla Bosnia che portano alla pace di Dayton, durante i quali vengono utilizzati per la prima volta sul territorio europeo i proiettili all'uranio. Nello stesso territorio, e guarda caso proprio nelle località serbe colpite - qualcuno ha mai preso in esame le denunce delle autorità mediche jugoslave sulla contaminazione in loco dal 1996? -, sono inviati come contingenti di pace i soldati del contingente italiano.
Casualmente da parte dello Stato Maggiore parte la richiesta di attrezzare una speciale unità di difesa Nbc capace di muoversi su ambienti contaminati, in operazioni di pace "umanitarie". Teoricamente dal 31 dicembre '95, ma operativamente dal 1998, questa unità prende il nome di 7 Reggimento difesa Nbc "Cremona". Di questo reggimento la prima compagnia operativa,

anche se a ranghi ridotti, dove muove i primi passi? In Kosovo, naturalmente, nel luglio del 1999 - a poco meno di due mesi dall'ingresso dei contingenti Kfor-Nato nella provincia serba - e ad onor di cronaca il nome di questa compagnia è veramente indicato: Peste.

Perché il segreto?

Lo scopo della prima missione è quello di mettere a frutto ciò che è stato loro insegnato presso la scuola interforze Nbc di Rieti, presso il Comprensorio di Santa Lucia, sede del centro Tecnico dello Stabilimento Chimico di Civitavecchia e, per alcuni ufficiali, presso la Nato school (Shape) a Oberammergau e presso il Collegio militare inglese (Shrivenham). Sono delle operazioni di rilevazione e campionamento che vedono il nostro personale recarsi presso alcuni siti bombardati, in tute ed equipaggiamento protettivo e raccogliere campioni di "materiale contaminato". Presso lo Stato Maggiore dell'Esercito e presso la sede di questo reggimento dovrebbero esserci quindi i risultati, le zone interessate a questo campionamento, le dovute osservazioni scaturite dagli esami di laboratorio, anche grazie ai successivi esami delle altre compagnie, la 2a (novembre '99), la 3a (marzo 2000), in attesa che la quarta raggiunga il pieno organico a fine 2000.
Sono coperte da quale tipo di segreto? Segreto Nato, di Stato italiano, Onu? Finora l'unico risultato è che è partita la richiesta di dotare questo reparto di veicoli blindati da ricognizione Nbc ed è partito l'ordine d'acquisto di 13 Vbr I Nbc francesi, anche se noi abbiamo in cantiere un prototipo Puma 6X6. Poichè i francesi di radioattività se ne intendono, i prossimi corsi sono alla scuola Nbc di Caen. Altre notizie provatele a chiedere alla Rivista Militare, organo dello Stato Maggiore dell'Esercito, che sul numero 5/2000, a firma del tenente colonnello Lucio Morgante e del Capitano Alberto Corrao, in servizio presso il 7 Rgt Cremona, hanno redatto un servizio sul polo Nbc con annesse le foto della missione "speciale" in Kosovo.

L'uranio in Italia

Vi sono naturalmente dei dubbi sulla possibile inerzia di questi proiettili quando sono stoccati e non vi sono rilevamenti da parte di fonti civili "neutrali". Possiamo comunque affermare che, nel momento dello sparo, questi proiettili sotto l'effetto delle alte temperature e dell'enorme energia cinetica dovuta alla velocissima rotazione che viene loro imposta, non solo diventano fonte e produttori di piccole particelle radioattive al momento dell'impatto e della vaporizzazione, ma anche nei primi momenti, quando stanno per uscire dalla volata del cannoncino. E' lì che si depositano residui di combustione e presumibilmente di altra natura anche radioattiva. Ricordiamo come, tra i colpiti della Sindrome del Golfo, risultano meccanici, armieri di carri armati americani che avevano sparato proiettili all'uranio. Erano soldati che avevano curato solo la manutenzione delle armi, senza mai combattere.
Durante i 78 giorni di bombardamenti, si è mai visto un armiere americano indossare tute ed equipaggiamento Nbc mentre faceva la quotidiana pulizia del cannoncino Gau-8 A degli A-10 di stanza ad Aviano e a Gioia del Colle? Sono sicuro di no e addirittura le foto di questi armieri al lavoro distribuite dagli stessi Usa lo confermano. Ma sappiamo bene come, a fronte di centinaia di cause portate avanti dai reduci del Golfo, le strutture militari americane e le industrie produttrici dei proiettili continuino ad assicurare la totale innocuità di quest'armamento.
La cosa preoccupante è che questi soldati, non avendo messo in atto le dovute precauzioni, hanno messo in pericolo gli altri. Un esempio: l'armiere che pulendo la canna dell'arma si ritrova la tuta, il berretto, i guanti sporchi di residui, va durante il servizio presso i locali comuni, il bar, i bagni, la mensa, stringe la mano di amici e conoscenti, sale su mezzi suoi o di altri, seminando ovunque dipiccole particelle di ciò che c'era nell'arma. Inoltre quali precauzioni non sono state prese per l'eliminazione del materiale contaminato? Tute sporche ed attrezzi che fine hanno fatto? E' un quadro allarmante anche perché, spesso, in alcune basi accanto ai militari vi sono anche gli alloggi dei familiari, che potrebbero essere entrati in contatto con tali sostanze ed averle veicolate all'esterno.

Le cluster bomb

Ricordiamo come a causa di un malcapitato pescatore, che saltò in aria dopo aver preso nella sua rete una bomba Nato, si scoprì che l'Adriatico aveva avuto la sua dose di cluster bomb. Dopo le prime impacciate smentite e rassicurazioni, saltarono fuori cinque ipotetiche zone "di rilascio" dove gli aerei Nato, di ritorno dalle missioni incompiute o in emergenza, avevano abbandonato il loro micidiale carico bellico, e come poi fu costituita una flotta di cacciamine che per mesi ha proseguito una parziale opera di bonifica. Nessuno però si è chiesto se vi sia stato anche rilascio di proiettili all'uranio impoverito nel nostro mare. E' sicuro, conoscendo le procedure di sicurezza che ogni pilota in missione operativa deve adottare: "Ogni aereo, una volta raggiunto il mare aperto e prima di giungere sul punto di incontro con le altre formazioni congiunte (guerra elettronica, attacco a difese antiaeree, scorta, rifornimento, ecc) deve provare le sue armi con una raffica che va dai tre ai sette secondi". Questo va fatto per evitare di dover abortire una missione solo per un semplice guasto meccanico. Tenendo conto che quest'operazione è stata effettuata per centinaia di volte e tenendo conto che alla velocità minima di 2.100 colpi al minuto sono stati sparati in mare un paio di centinaia di proiettili all'uranio per missione, possiamo dire che molte migliaia di proiettili all'uranio giacciono tra le nostre coste e il limite delle acque territoriali del Montenegro e dell'Albania, con conseguenze incalcolabili.

*Osservatorio sui Balcani - Brindisi


26/12/2000: PANORAMA ON LINE

La morte di tre soldati riapre il caso: le truppe nei Balcani furono esposte a radiazioni?

 

La guerra in Kosovo è finita da un anno e mezzo, ma ritorna il fantasma delle armi usate nei bombardamenti Nato sulla Serbia.

Durante la guerra, infatti, numerosi caccia americani usarono munizioni all'uranio impoverito per distruggere i mezzi blindati di Slobodan Milosevic.
Si tratta di armi che anche a distanza di tempo possono essere nocive per la salute a causa degli effetti prolungati della radioattività. Ora la morte per leucemia di tre soldati italiani impegnati in una passata missione in Bosnia riapre qualche dubbio: i militari utilizzati nei Balcani furono esposti a radiazioni pericolose? E sarebbe stato possibile evitarle?
Lo stato maggiore della Difesa assicura a Panorama Online: «I casi di cui siamo venuti a conoscenza finora (tre soldati della brigata Sassari morti di leucemia, ndr) non sono di soldati che hanno operato nelle zone bombardate con uranio impoverito».

Eppure, ogni giorno vengono rivelati nuovi presunti casi di contaminazione con militari gravemente ammalati.
Nel dibattito interviene anche la commissione Affari esteri del Senato: «Occorre compiere un salto di qualità per la sicurezza della popolazioni colpite, dei militari coinvolti nelle operazioni di bonifica, in ultima analisi per la messa al bando di tali micidiali ordigni, che uccidono a distanza di tempo», si legge in un comunicato.
«Le contromisure, a circa un anno e mezzo del conflitto» sottolineano i senatori «a questo punto riguardano essenzialmente protocolli di cura e prevenzione dell’insorgenza di tumori e leucemie».
Ma la commissione Esteri persegue anche un altro obiettivo: il divieto di impiegare armi all’uranio impoverito in possibili operazioni militari congiunte in ambito Nato visto che molti paesi del patto Atlantico, tra cui l’Italia, non dispongono di simili armi. «Ne consegue» conlude la nota della commissione Affari esteri «che nel passato in Somalia, nel Golfo, in Bosnia e ora in Kosovo, militari italiani e di altri paesi hanno corso enormi rischi - e probabilmente hanno contratto malattie specifiche - senza avere né background né know-how appropriati per il trattamento di tali sostanze».
 

Il ministro della Difesa Sergio Mattarella si è finora limitato a chiedere tutta la documentazione disponibile sui presunti casi di militari contaminati. Domenica sera a Modena, però, ha ammesso che anche in alcune zone della Bosnia (ma non a Sarajevo) sono stati utilizzati proiettili all’uranio impoverito e ha annunciato che interverrà giovedì prossimo alla Camera per riferire sulla situazione sanitaria dei soldati italiani nei Balcani.

Un necessario sforzo di trasparenza, dopo le altalenanti dichiarazioni dei mesi passati. Sin dall’inizio l’Esercito tranquillizzò: «Non c'è pericolo».
Ma Panorama a gennaio del 2000 scoprì un documento del 22 novembre '99 in cui si sosteneva il contrario. E chi lo aveva preparato? L'Esercito. Gli italiani inviati fin dal giugno 1999 nell'ex Jugoslavia non vennero messi al corrente del rischio.

Il documento dell’Esercito aveva questo titolo: "Oggetto. Uranio impoverito. Informazioni ed istruzioni". Seguiva una serie di capitoli: perché è pericoloso, chi lo ha usato durante i bombardamenti sulla ex Jugoslavia e, soprattutto, come devono comportarsi i soldati per evitare gli effetti delle terribili contaminazioni radioattive.

Quindici pagine, su carta intestata del nucleo Nbc (Nucleare, biologico, chimico), diffuso dalla Mnb-W (Multinational Brigade West), il comando militare italiano che (con spagnoli, portoghesi e argentini) opera nel Kosovo occidentale.
Il tenente colonnello Osvaldo Bizzari, che firmò il documento, scrisse: "È importante la diffusione a tutti i livelli" tra i reggimenti che formano la Mnb-W.
Sarebbe potuto essere solo un gesto di eccessiva cautela. Una nota informativa a scopo preventivo. Se non fosse stata datata "Pec, 22 novembre 1999". La "prevenzione", dunque, arrivava in ritardo. E tra gli effetti potrebbero esserci i casi di leucemia denunciati all’opinione pubblica in questi giorni.

Ecco perché: «L'inalazione di particelle insolubili di uranio impoverito» si leggeva ancora nel documento «è associata con effetti di lungo termine sulla salute, che includono tumori e disfunzioni nei neonati». Gli addetti ai lavori sanno bene che cosa sia l'uranio impoverito (in inglese depleted uranium, sigla Du). E che gli americani lo usano per rendere più efficaci i proiettili anticarro lanciati dai caccia A10.
C'è chi ha puntato il dito contro queste armi sostenendo che fossero all'origine della cosiddetta sindrome del Golfo che ha colpito i soldati americani nella guerra contro l'Iraq. Tanto che alcune stime indicano in uno su quattro i soldati reduci americani che hanno contratto tumori dopo la spedizione in Kuwaut del '90/'91.

Il Kosovo, secondo le prime ispezioni della stessa Nato, non avrebbe subìto il temuto inquinamento radioattivo da uranio impoverito. A Panorama lo assicurarono scienziati ed esperti non solo italiani, ma anche di numerosi organismi internazionali interpellati.
La Balkan task force dell'Onu lavorò a lungo e non rilevò questo genere di inquinamento.
Neanche l'Istituto di salute pubblica di Belgrado riscontrò livelli di radioattività superiori a quelli che si trovano in natura. Medici senza frontiere, l'organizzazione vincitrice del Nobel per la pace, controllò se ci fosse inquinamento da uranio impoverito e concluse che non era necessario alcun intervento medico specifico.
E ancora, i risultati dell'indagine della Cric: l'ong italiana ha esaminato i campioni prelevati in nove località del Kosovo che presumibilmente erano state bombardate con uranio impoverito. Risultato: nessun aumento della radioattività.

Tutto tranquillo, dunque? Difficile dirlo, visto che la Nato ha indicato solo con molti mesi di ritardo i luoghi esatti in cui esplosero i proiettili all’uranio impoverito.
Grazie anche alle pressioni dell’Unep (l’agenzia per l’ambiente dell’Onu) e di una commissione nata in seno al ministero dell’Ambiente italiano nel marzo 2000.
Lo scorso 19 ottobre sono state finalmente diffuse le prime mappe dettagliate: la Nato ha indicato 112 siti presi di mira da oltre 30 mila micidiali proiettili in Kosovo, per un totale di circa 9 tonnellate di uranio impoverito rilasciato nella regione. Almeno 40 di questi siti si trovano nella zona di competenza del contingente italiano.

In ogni sito, secondo il sottosegretario all’Ambiente Valerio Calzolaio, «sono stati sparati mediamente 300 proiettili, ma secondo le informazioni ricevute dalla Nato in alcune zone si arriva a 900».
Lo stesso segretario riporta però anche notizie confortanti: «I picchi di contaminazione sono pochi e il quadro non è allarmante. Ma occorre un atteggiamento di grande cautela anche perché i tempi di latenza di eventuali danni causati dalla contaminazione da proiettili all’uranio impoverito non sono brevi, ma si vedranno solo tra qualche anno».

Anni di timori e ansia non solo per i soldati italiani che hanno partecipato e partecipano alle missioni di pace, ma anche per i volontari, il personale delle ong e soprattutto le popolazioni civili dei Balcani.


BRESCIAOGGI DEL 22/12/2000

Caso Kosovo. Preoccupazione anche tra i militari bresciani dopo le ammissioni del ministro
Fa paura l’uranio impoverito
Sospetti per un caso di tumore che ha colpito un sottufficiale



di William Geroldi L’Esercito italiano sapeva delle conseguenze pericolose per la salute dei soldati che in vario modo potevano venire a contatto con l’uranio impoverito nel corso della missione in Kosovo. Se è tutto da dimostrare il rapporto di causa-effetto tra la morte per leucemia o altre patologie segnalate nel contingente italiano, la diffusione avvenuta tra i nostri soldati di scrupolose precauzioni a cui attenersi - con specifici riferimenti all’uranio impoverito - implicitamente conferma la possibilità che qualche pericolo possa esserci. Documenti dello Stato maggiore trasmessi ai reparti in Kosovo all’inizio del maggio scorso indicano esplicitamente alle truppe i provvedimenti cautelativi da adottare a causa della presenza sul terreno di obiettivi colpiti dai proiettili all’uranio impoverito. E - lo ricordiamo - in maggio era quasi trascorso un anno dall’inizio delle operazioni della Brigata multinazionale al comando degli italiani a Pec, proprio una delle zone in cui gli americani hanno ammesso di aver impiegato massicciamente proiettili all’uranio impoverito. Un bresciano colpito da un tumore. C’è anche un particolare inquietante. A un sottufficiale che abita in un Comune dell’ovest bresciano, con alle spalle missioni in Bosnia e Kosovo, è stato diagnosticato un tumore alle corde vocali. L’uomo è stato operato ed è in convalescenza. Anche il suo reggimento, nel maggio scorso, aveva ricevuto disposizioni sui provvedimenti cautelativi da adottare nell’area di competenza della Brigata multinazionale di stanza a Pec (oggi conta poco più di 5mila uomini, di cui 4700 italiani e aggregati argentini, spagnoli e portoghesi; non ci sono militari di leva). Dicevano quelle raccomandazioni, a proposito dell’uranio impoverito (DU nel linguaggio dei militari, che sta per Depleted Uranium): «I proiettili da 30 mm controcarro contententi DU e ritrovati in Kosovo nell’area di impiego del contingente italiano, costituiscono una particolare fonte di rischio. La pericolosità di tale munizionamento deriva dalla tossicità dell’uranio stesso che si manifesta sia dal punto di vista chimico sia dal punto di vista radiologico...» Lo Stato maggiore avverte che «quando un proiettile all’uranio impoverito colpisce un bersaglio viene prodotta polvere di uranio radioattiva che finisce per depositarsi entro un raggio di circa 50 metri dal bersaglio. Questa polvere, in gran parte respirabile, può essere rimessa in sospensione dal passaggio nei pressi della carcassa bersaglio, di militari a piedi o di automezzi. I proiettili che non colpiscono il bersaglio, in funzione dell’angolo di tiro e della consistenza del suolo, possono ritrovarsi o sotto la superficie del suolo o fino a una distanza di circa 3 chilometri dal punto di impatto iniziale, a causa dei rimbalzi successivi sul terreno. In questo caso, in ogni punto di impatto sul terreno si troveranno piccoli frammenti di uranio impoverito». L’uranio è pericoloso? Sì, lo scrive lo Stato maggiore quando afferma che «la pericolosità dell’uranio si esplica per via chimica, che rappresenta la forma di rischio più alta nel breve tempo, sia per via radiologica, che può causare seri problemi clinici nel lungo periodo. L’uranio inalato attraverso la respirazione in parte si deposita nei reni oppure resta nei polmoni, con un dimezzamento biologico che può variare fino a 800 giorni. Particolarmente elevata è anche la percentuale di assorbimento di uranio attraverso le ferite». Lo Stato maggiore suggeriva inoltre una serie di accertamenti clinici ai quali sottoporre i militari con compiti che potevano averli fatti entrare in contatto con l’uranio impoverito. Le rassicurazioni del comando di brigata di Pec («Nessuno per quanto di nostra conoscenza è rientrato in Italia per cause che non fossero malattie o traumi generici») non bastano quindi a far dormire sonni tranquilli a chi in Kosovo ha operato o dovrà andarci con il prossimo cambio della guardia tra reparti (in marzo, dovrebbe toccare alla Brigata Ariete). Nel Bresciano non mancano sottufficiali che hanno prestato servizio nel contingente italiano e i loro timori sono comprensibili. Racconta un maresciallo, con quasi 25 anni di servizio, che chiede l’anonimato per paura di incappare in sanzioni disciplinari: «Mi arrabbio quando sento dire dai nostri politici che il problema non esiste. Certo che se ne parlava tra noi dell’uranio impoverito. Quando sono rientrato in Italia ho provveduto ad effettuare una serie di analisi per tranquillizzarmi, con i costi a mio carico. I risultati sono stati negativi, per fortuna, ma la preoccupazione rimane». Ma proprio ieri il ministro della Difesa Sergio Mattarella ha in qualche modo ammesso che il problema esiste.


LA REPUBBLICA DEL 21/12/2000

ARMI ALL'URANIO
LA PROCURA MILITARE STA GIA' INDAGANDO
Un fascicolo del pm Intelisano sui casi sospetti


ROMA. Il fascicolo è da circa un anno sul tavolo del procuratore militare, Antonino Intelisano: "atti relativi a.....", o anche "modello 45". Corrispondente alla vita prenatale di una indagine giudiziaria: non è ipotizzato alcun reato specifico, nè ci sono degli indagati. Si tratta di una verifica iniziale per capire se esistano elementi tali da rendere obbligatorio l'avvio di una inchiesta.

Il contenuto del fascicolo è riservato. Ma puo' essere almeno in parte ricostruito secondo il percorso di alcune delle vicende che hanno fatto scoppiare il caso dell'uranio impoverito. In particolare di quella di Salvatore Vacca, il giovane militare sardo ucciso dalla leucemia quindici mesi fa, su cui da novembre indaga la procura di cagliari.

Prima di arrivare alla magistratura sarda, il caso era stato segnalato alla procura militare attraverso un esposto. Non è stato l'unico: altre segnalazioni di morti sospette di militari italiani sono giunte sul tavolo di Intelisano negli ultimi mesi. Quattro o cinque, secondo quanto si è potuto apprendere. In casi come questi, il giudice militare, quando ritiene che l'esame del reato ipotizzato spetti alla magistratura ordinaria  (per Vacca l'esposto parlava di omicidio colposo) segnala il caso alla procura competente.

Ma esiste una parte dell'inchiesta che resta comunque fuori dalla competenza dei giudici ordinari: è quella che si riferisce ai possibili reati militari. In questo caso, la omessa esecuzione di un incarico (per quanto riguarda il ruolo dei comandanti) e la violata consegna. E' stato accertato che, attraverso un opuscolo informativo, lo stato maggiore aveva suggerito una serie di precauzioni da adottare davanti al rischio di contaminazione da uranio impoverito. Il punto è stabilire se queste precauzioni siano state effettivamente adottate, se le informazioni siano state diffuse correttamente, se gli ordini relativi alla prevenzione dei rischi siano stati eseguiti.

A completare il fascicolo "atti relativi" c'è, infine, la documentazione scientifica. Sui danni da uranio impoverito esistono molti studi, com piuti in particolare all'estero.

La fredda elencazione dei materiali a disposizione del magistrato, non deve pero' far dimenticare che alla base dell'indagine  ci sono i drammi di padri e madri che hanno perso i loro figli, di famiglie che sono state private della loro fondamentale fonte di sostentamento. Se si accerterà che all'origine della morte dei soldati ci sono "cause di servizio" per lo Stato scatterà l'obbligo di risarcire il danno.

E' una materia molto delicata, che è all'origine di un contenzioso complesso. Esiste anche un precedente che presenta molte analogie col caso dell'uranio impoverito. Tra il 1982 e il 1988 morirono di leucemia cinque marescialli dell'Esercito addetti alla manutenzione dei radar delle batterie contraeree dislocate tra Mestre e Rovigo. Una percentuale altissima se si pensa che i cinque casi si verificarono nell'ambito di una "popolazione a rischio" di non piu' di centocinquanta individui. In quel caso il rapporto di causa-effetto tra l'esposizione alle radiazioni ionizzanti e i decessi era evidente. Ciononostante, ci vollero anni prima che l'amministrazione militare riconoscesse le proprie responsabilità.

Di Giovanni Maria Bellu
La Repubblica


IL MESSAGGERO DEL 20/12/2000

IL SELENZIO DEI GENERALI
Di napoleone Colajanni

Ha certamente ragione il ministro Mattarella a dire che la prima cosa che bisogna fare è dare serenità alle famiglie dei militari che potrebbero subire le conseguenze dell'impiego dell'uranio impoverito. 

Per il tipo di conseguenze di cui si parla, leucemie, tumori, la sensibilità della gente è molto alta e cedere alla tentazione di approfittarne per scopi particolari sarebbe gravissimo da parte di tutti. L'esortazione non è pero' sufficiente a dissipare i dubbi perche' c'è un problema di affidabilità creato dalle mentalità degli interessati nonchè dalle pressioni di organismi, italiani ed esteri, che hanno la forza di farsi ascoltare.

E' un dato di fatto che i generali sono portati a ricercare i mezzi tecnologicamente piu' avanzati, magari sopravvalutandoli, come è possibile accada per l'uranio impoverito, se è vero quel che ha rivelato " Newsweek", che i carri armati effettivamente distrutti in Serbia sono stati quattordici. Ma se cio' è comprensibile non è sostenibile che si debba affidare ai generali il compito di dare serenità ai soldati ed ai loro familiari.

E' percio' legittimo discutere dell'affidabilità delle prese di posizione sulla questione che è sul tavolo oggi, fondandosi sull'esperienza: il segreto militare è una cosa, coprire il fatto che si è messa a repentaglio a loro insaputa la vita di civili e militari è un'altra. Non vorremmo che tra una decina di anni si venisse a sapere che i fatti erano veri: gli americani hanno compiuto nell'immediato dopoguerra esperimenti atomici su larga scala senza dire niente agli abitanti della zona interessata, nscondendo il fatto per un paio di decenni, finche' non è scoppiato lo scandalo. Sempre negli Stati Uniti centinaia di azioni giudiziarie sono state intraprese contro il pentagono da reduci che mostrano segni evidenti di conseguenze dell'impiego assai probabile di uranio impoverito e armi chimiche nella guerra del Golfo. Da noi, nell'affare di Ustica, è stato tentato con tutti i mezzi di coprire la cancellazione delle tracce radar dell'incidente.

Nel Kosovo il metallo radioattivo è stato effettivamente impiegato, ma sulle possibili conseguenze le autorità militari tacciono. Quanto alla smentita della presenza di proiettili all'uranio impoverito nel poligono sardo, si vedrà se la smentita è veritiera, ma è senz'altro verosimile che gli americani non ci diano armi cosi' sofisticate. Sul fatto che nel Kosovo si sarebbero potute verificare conseguenze il ministro non ha detto niente, e forse non è nemmeno in grado di farlo per mancanza di informazioni. Nella Nato tutto gira secondo il volere degli americani, l'Europa conta poco o niente. Ogni tanto si da un incarico rappresentativo a personaggi di completo affidamento, come quel Xavier Solana, ex segretario generale che da quando è diventato portavoce di politica estera dell'Unione europea, da garrulo che era ai tempi della guerra del Kosovo è diventato taciturno facendo sparire le sue tracce non appena si è posta la questione della collocazione della forza di pronto intervento europeo.

Quale sia la posizione degli Stati Uniti in proposito è perfettamente deducibile dalle intemerate, intimazioni,  intimidazioni che vengono esternate ogni giorno, fino a costringere Jacques Chirac a spiegare sul "Washinton Post" le ragioni non della Francia soltanto, ma di tutta l'Europa.  E qui si pone un altro problema, politico, Finche' sara' questa la situazione della Nato il governo italiano non potrà dare a nessuno assicurazioni di alcun genere.

Piaccia o no, a dieci anni dal crollo dell'Unione Sovietica, dell'avvenire della Nato si deve discutere ed è necessario che il governo italiano abbia una sua posizione, dopo aver di fatto latitato fino ad accettare la possibilità di intervento autonomo, in pratica americano sotto altre spoglie, al di fuori di ogni decisione dell'Onu. Ed è altrettanto importante conoscere la posizione del governo italiano sulla questione se la forza di pronto intervento deve o no essere subordinata alla pianificazione strategica della Nato. Sarebbe bene che Sergio Mattarella prima o poi parlasse anche di questo.

NDR. Ampi servizi seguono a pagina 6 sullo stesso Giornale.


IL MESSAGGERO DEL 19/12/2000

DOPO LE RIVELAZIONI DEL MESSAGGERO MATTARELLA RIFERITA' ALLA CAMERA
COLPITI DA TUMORE ALTRE DUE MILITARI REDUCI DAI BALCANI


ROMA. Altri due militari italiani reduci dai Balcani sono stati colpiti da tumore. Sono della Brigata Sassari, uno di loro è stato ricoverato in un centro oncologico. E il ministro della Difesa, Sergio Mattarella, riferirà quanto prima alla Commissione Difesa della Camera sulla situazione, anche se già precisa: "Non c'è nessun allarme". Le rivelazioni del Messaggero sulle morti da tumore hanno già provocato una raffica di interrogazioni in Parlamento, dai DS a Forza Italia. Mentre il Ministro della Sanità dal canto suo spiega di non disporre di dati scientifici per valutare le connessioni fra i proiettili all'uranio sparati nei Balcani e le neoplasie.

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NDR. Ampi servizi seguono a pagina 1, 4 e 5 sullo stesso Giornale.


IL CORRIERE DELLA SERA DEL 19/12/2000

I RISCHI PER L'URANIO DISPERSO NEL TERRENO DOPO LA GUERRA. L'ESERCITO ITALIANO: "RADIOATTIVITA? IN KOSOVO E' TUTTO SOTTO CONTROLLO"

PEC (Kosovo) "Non sottovalutiamo nulla e non trascuriamo alcuna verifica, ma tutti gli esami escludono motivi di preoccupazione". Il Ministro della Difesa Sergio Mattarella dall'Italia ripete che in Kosovo non esiste un "rischio uranio" e invita a "fornire i nomi delle persone coinvolte", i nomi di quei dodici di cui si è tanto parlato in questi giorni. Comunque, rassicura il ministro, " continuiamo a fare i controlli".

L'uomo che li fa materialmente, questi controlli, si chiama Daniele Pisani, è un capitano dell'Esercito italiano e comanda la compagnia NBC, che significa: Nuclear Batteriological Chemical. Cioe' gli uomini incaricati di verificare tutti i possibili inquinamenti che una guerra produce.

Quando avete cominciato i controlli Capitano?

"Subito dopo il nostro arrivo, il 3 luglio del 1999. Per prima cosa abbiamo verificato gli alloggi dei nostri soldati, per vedere se erano sicuri: controlli di aria, suolo, acqua, erba, muri. Con strumenti molto sofisticati, come il Rotem, un rilevatore di radiazioni israeliano che è mille volte piu' sensibile di un contatore Geiger".

Sapevate dove cercare l'uranio impoverito?

"Si, gli americani ci hanno fornito le mappe delle zone dove potevano essere caduti i colpi sparati dalle Pgu 14, le mitragliatrici da 30 mm. degli aerei A10 Thunderbolt. Abbiamo trovato in tutto 800 grammi di uranio e un paio di chili di metallo degli involucri esterni dei proiettili. Adesso sono custoditi con una protezione di piombo e una di plastica speciale, in attesa che la Nato decida di stoccarli da qualche parte".

E i livelli di radiazioni?

"Discorso un po' complesso. Partiamo dal fatto che il cosiddetto fondo ambientale ha un livello di radiazioni medio di 0.2 microsivert. E' un valore che puo' variare a seconda della composizione del terreno, ma che è piu' o meno uguale in tutto il mondo. Anche in Kosovo".

Che valori raggiungono i frammenti di uranio?

"Toccandoli con lo strumento, 300 microsivert. a 5 metri di distanza il valore torna a zero. Ma i raggi emanati dall'uranio sono di tre tipi: alfa, beta e gamma. Gli alfa percorrono circa 2 centimetri, i beta un metro, mentre i gamma anche chilometri. Gli alfa hanno un basso potere penetrante e un alto potere ionizzante, un potere che cioe' rompe i legami delle cellule. Questi raggi si bloccano anche con un foglio di carta. I gamma, al contrario, hanno bassissimo potere ionizzante e un alto potere penetrante: per isolarli serve il piombo. I beta  sono una via di mezzo".

E quindi, quali sono i pericoli di questi frammenti di uranio per le persone?

"Sono pericolosi se li tocco a mani nude o se ne ingerisco una particella anche minima. Il valore alto, quello pericoloso di 300 microsivert, si ottiene solo con un contatto diretto. La terra dei campi in cui abbiamo trovato i frammenti non è comunque risultata contaminata".

La Nato nel novembre scorso ha mandato in Kosovo una squadra di 14 esperti di vari Paesi per verificare i rischi di contaminazione....

"Non hanno rilevato tracce di contaminazione ambientale e gli stessi risultati hanno dato le numerose ispezioni del Cisam, l'ente italiano che è preposto a questo tipo di controlli. Comunque, dopo quattro mesi in prima linea passati a cercare frammenti di uranio nei campi, anch'io ho fatto alcuni controlli specifici, approfonditi, e i miei valori erano assolutamente nella norma, identici a quelli dei soldati che dovevano ancora partire per il Kosovo. Ho fatto anche i test per la leucemia. Negativi".

Giuliano Gallo
inviato del Corriere della sera ggallo@rcs.it 

ndr. Raccontateci la vs. esperienza, scrivendo al seguente indirizzo: Sidewebverona@militari.org


IL MESSAGGERO DEL 22/9/2000

LEUCEMIA TRA I SOLDATI IN KOSOVO? INCHIESTA DEL PM MILITARE, MA LA DIFESA NEGA: NESSUN RICOVERO
SAREBBERO STATI CONTAMINATI DALLE ARMI ALL'URANIO USA?

ROMA - Nessun caso di leucemia tra i militari Italiani in Kosovo. In Ministero della Difesa smentisce ufficialmente la notizia secondo cui due soldati italiani sarebbero stati rimpatriati perchè ammalati di cancro del sangue. Stessa smentita viene da Pec, quartier generale italiano in Kosovo. 

Il Colonnello Gianfranco Scalas, portavoce del nostro contingente, ha affermato: <Non ci risultano casi di militari italiani rimpatriati per leucemia. Dal primo gennaio scorso i rimpatri per motivi sanitari sono stati 61, per diverse patologie, ma nessun militare è tornato in Italia per questa ragione. Corriamo rischi piu' per motivi banali - ha proseguito il colonnello - come l'acqua, che non sempre è potabile, che per contaminazione radioattiva>. 

La radioattività cui fa riferimento il Colonnello sarebbe quella indotta dall'utilizzo di uranio 238 impoverito per l'ogiva dei missili Tomahawk e per i proiettili degli aerei A 10 e degli elicotteri Apache. Mezzi e armi usati dalle forze Usa del contingente Nato durante l'ultimo conflitto nel Paese balcanico. I proiettili trattati con l'uranio aumentano il loro potere di penetrazione nelle difese dei mezzi corazzati ma la polverizzazione, dopo l'impatto, puo' rappresentare un pericolo anche mesi dopo l'avvenuta battaglia. Sono stati 31 mila i proiettili all'uranio impoverito sparati dagli A 10 nel corso delle loro missioni in Kosovo. E la zona piu' colpita, affermo' l'allora sottosegretario alla Difesa Paolo Guerrini, è stata proprio <la parte del Kosovo che confina con l'Albania e in particolare la superstrada Pec-Djakovica-Prizren>, non lontano quindi dalla sede del contingente italiano. Il portavoce della Nato, Giuseppe Marani, dise, al tempo della guerra, che <il livello di radioattivià dei proiettili non è superiore a quello di un orologio>. Ma non deve esserne molto convinto Antonio Intelisano, procuratore militare di Roma, se è vero come è vero che ha deciso di aprire un'inchiesta sull'argomento. Il Magistrato militare ha detto che sarà <un'inchiesta a tutto campo>, sull'attività dei militari in Kosovo: <C'è un ampio dossier - ha affermato Intelisano - aperto su tutta l'atività dei militari italiani in Kosovo,. Non ci sono ancora indagati nè ipotesi di reato ma certo anche questa vicenda sarà oggetto dei nostri accertamenti>.

Intanto, sull'uranio impoverito la polemica è arrivata in Parlamento. La Lega ha chiesto l'istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare per accertare le condizioni ambientali nelle quali operano i militari italiani in Kosovo. <Da moltissimo tempo - ha detto Cesare Rizzi - capogruppo della Lega Nord in commissione Difesa - noi della Lega avevamo denunciato il pericolo per i nostri ragazzi in Kosovo. Già da molto tempo infatti l'ONU aveva emesso dispacci relativi alla pericolosità del territorio del Kosovo a causa dell'uranio impoverito, ma dal Governo nessuna risposta>.

E pure il coordinatore di PRC, Giovanni Russo Spena, ha affermato che <il Governo non può continuare a nascondere la verità. Deve venire a riferire in Parlamento sugli effetti delle 31 mila munizioni radioattive disseminate dall'Alleanza Atlantica in Kosovo>. Passi avanti sull'individuazione dei siti contaminati dai proiettili all'uranio impoverito sono stati intanto annunciati da Valerio Calzolaio, sottosegretario all'Ambiente: <Oggi (ieri n.d.r.) a Ginegra si riunisce il "Desk assessment group" sull'uranio impoverito - ha detto il sottosegretario - e nel corso della riunione verranno esaminati i nuovi elementi forniti dalla Nato. Finalmente ci sono quindi le condizioni per capire precisamente dove sono caduti gli ordigni piu' pericolosi. La riunione - ha proseguito Calzolaio - deciderà come procedere nello studio dell'impatto che l'uranio ha avuto nell'area balcanica>.

inizio pagina


L’ARENA DI VERONA DEL 19/9/2000 

Militari in campo? Il Capitano GIULIANA lancia un appello per un movimento d’opinione dei ”cittadini delusi”

 <<ANCHE L’ESERCITO IN POLITICA>>

 L’idea è di un Ufficiale del COCER:
<<
Nessuno ci rappresenta>>  

 

  ROMA. Qualcuno già parla di <minaccia>. La minaccia è quella che verrebbe dal COCER dell’Esercito che vorrebbe dar vita ad un <movimento d’opinione>. In parole povere, vorrebbe scendere in politica. Ma è davvero una minaccia? Nel progetto del Capitano Carlo Gustavo GIULIANA – il delegato COCER – c’è un obiettivo preciso: avere una decina di seggi alla Camera. I <cittadini delusi> del resto sono tanti per cui l’appello che GIULIANA lancia non è detto che rimanga inascoltato. <Io stesso>, precisa l’Ufficiale, <sono un cittadino deluso>. Perché, mi sono chiesto, non rivolgersi a tutte quelle persone appartenenti alle più svariate categorie sociali, come i militari, che non si sentono tutelate? Ci troviamo di fronte ad un aggravamento delle condizioni di malessere, incertezza, disagio, malumore e dissenso che da tempo affliggono i cittadini in uniforme>. Ma gli ostacoli non sono pochi. Se ne rende conto lo stesso GIULIANA. <Con l’attuale legge elettorale sarà necessario ottenere circa un milione e mezzo di votinella quota proporzionale, il quattro per cento cioè dei presumibili voti validi>. Un’impresa dunque difficilissima eppure non impossibile. Gli elettori insoddisfatti – si interroga il delegato COCER - <forse sono meno del quattro per cento?>. GIULIANA non va certo leggero con le critiche. Oggi, ad esempio, si riunisce il Governo per presentare le linee guida della Finanziaria. Ma per GIULIANA è la <solita polpetta avvelenata> sotto forma di promesse ed impegni che si potranno mai rispettare. Ma c’è o non c’è questa minaccia? <non si tratta di dar vita ad una sorta di “Partito dei Militari”, scelta che ci emarginerebbe e ci penalizzerebbe, lo ripeto>, risponde GIULIANA. <Penso piuttosto ad un movimento d’opinione che riesca ad assicurare una forte presenza di ex militari tra i futuri parlamentari delle formazioni politiche tradizionali. Chi veste una divisa per servire lo Stato, di fatto non può contare su alcun punto di riferimento certo in parlamento>.(p.f.)

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IL MESSAGGERO DEL 15/9/2000

IL COMANDO DEI CARABINIERI:
 <NESSUN TG PER L'ARMA>

 

ROMA. I Carabinieri non avranno alcun telegiornale. E' quanto si legge in un comunicato del Comando Generale che smentisce la notizia secondo cui l'Arma avrebbe presto un TG trasmesso via internet. <Las notizia - si legge nel comunicato - è destituita di fondamento. L'iniziativa appartiene a un'associazione indebitamente accostata all'Arma dei Carabinieri e pertanto ad essa non riconducibile>.

L'Associazione cui fa riferimento il Comando dei Carabinieri si chiama "UNARMA", conta 6000 iscritti di cui circa 3000 sono carabinieri in servizio. L'Attività dell'Associazione è stata temporaneamente sospesa dal Consiglio di Stato che deve decidere se "Unarma" è assimilabile a un sindacato, e quindi illeggittima, oppure no. L'iniziativa del tg via internet per le Forze dell'Ordine è stata comunque presa, come si legge in un comunicato diffuso dal "Giornale dei Carabinieri", dallo stesso periodico insieme al "Nuovo Giornale dei Militari" e lo scopo, come si legge ancora <è quello di informare i cittadini su tutto quanto attiene alla sicurezza e alla difesa di questo Paese. Ci dispiace - prosegue il comunicato - che il Comando Generale dell'Arma dei carabinieri anzichè plaudire all'iniziativa si preoccupi di prenderne le distanze>. Il telegiornale, è scritto nel comunicato, verrà ufficializzato ad ottobre e sarà il primo TG italiano tematico su internet.

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IL MESSAGGERO DELL'8/9/2000

CORTE DEI CONTI, GLI SPRECHI DELL’ESERCITO: SCARPE  E SLIP PER TRE SECOLI

ROMA – In un magazzino sono giacenti da 10 anni 3.862 “magliette blu per operai” inutilizzabili perché le taglie sono da bambini; in  un altro ci sono 8.101 guanti di lana smaltibili in 2.700 anni, ma anche scarpe in numero sufficiente a marciare per oltre 30 secoli. Sono alcune delle tante disfunzioni emerse nei magazzini della Difesa in seguito alle 39 ispezioni vagliate dalla Corte dei Conti, secondo cui la situazione, nei casi piùeclatanti, “non è da paese industrialmente avanzato, ma da terzo mondo”.

Tra i rilievi della Corte, quello che “desta particolare interesse e soprattutto maggiore preoccupazione” riguarda proprio l’incidenza dei materiali “movimentati poco o affatto”. Una SOLUZIONE – AFFERMA LA Corte – che chiede l’urgente adozione di adeguati strumenti correttivi sul piano logistico”, anche perché non è raro che il materiale giaccia “inutilizzato dalla data in cui è arrivato al magazzino”.

Sfogliando le pagine del corposo monitoraggio dei Magistrati contabili, ci si accorge che nei magazzini delle forze armate italiane è accantonato di tutto, ma soprattutto articoli di vestiario, acquistati o realizzati dalle sartorie militari.

“Un immobilizzo patologico” , scrive la Corte, che porta a risultati “decisamente incredibili”, se si guarda gli anni “che occorrerebbero di smaltire le attuali consistenze”.

Così, nel 221mo Magazzino principale di vestiario di Milano dell’Aeronautica – dove il materiale di scarsa e o nessuna movimentazione  ammonta a un prezzo d’inventario, a 5 miliardi e 800 milioni di lire – l’ispettore ha individuato scarpe, slip e mutandoni sufficienti al fabbisogno fino all’anno cinquemila. Ecco dunque, 3,552 “scarpe alte

Suola cuoio taglia 39” buone per i prossimi 1.776 anni e 606 “scarpe nere basse sottili” extralarge (taglia 50) sufficienti per 3.030 anni. Ma vi sono anche 13.000 slip di
cotone che, a seconda delle misure, sono “azzerabili” in 1.027 o 1.210 anni.
cotone che, a seconda delle misure, sono “azzerabili” in 1.027 o 1.210 anni.

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LA REPUBBLICA DEL 28/6/2000

I VERTICI DELLE FORZE ARMATE AL PARLAMENTO: SIAMO I MENO PAGATI D’EUROPA

I MILITARI BATTONO CASSA
e Amato dice: poliziotti e soldati senza scarpe né divise

  Il comandante Generale dei Carabinieri: “Chi sostituirà i diciassettemila giovani ausiliari?”

  Roma – “I Carabinieri hanno retribuzioni inadeguate” E’ c’è anche il problema dell’alloggio, almeno ci vorrebbe un bonus-casa tenuto conto che bisogna sobbarcarsi anche a 13,16 trasferimenti durante la carriera. La denuncia è del Comandante della Arma dei Carabinieri, il Gen. Sergio SIRACUSA. Che ieri è intervenuto in Commissione Difesa della Camera durante l’audizione sulle condizioni del personale militare.

Una denuncia tutt’altro che isolata , quella del Gen. SIRACUSA. I Capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica (il Generale Francesco CERVONI, L’Ammiraglio Umberto GUARNIERI, il Generale Andrea FORNASIERO) il Comandante della Guardia di Finanza Generale, il Generale Rolando MOSCA MOSCHINI hanno lanciato lo stesso allarme n ei giorni scorsi, sempre in Commissione Difesa. Quando i nostri Militari si troveranno a fianco a fianco nella Forza d’intervento Rapido Europeo con soldati Francesi o quelli Tedeschi, sarà un boccone difficile da mandare giù: stesse missioni stessi rischi ma paga quasi dimezzata: hanno ricordato. I militari Italiani sono infatti i meno pagati d’Europa.Sul disagio dei Militari era esploso l’anno scorso il “caso COCER” CON I Carabinieri a protestare contro le 18 mila lire lorde di aumento previste dalla Finanziaria, il Polo che se ne faceva paladino e l’ex premier D’ALEMA a tentare una soluzione. Ieri dal Presidente del Consiglio AMATO arriva un appoggio. Nel suo intervento all’assemblea annuale dei Confesercenti, AMATO  si schiera a fianco delle Forze dell’Ordine, uomini e donne costretti a operare in condizioni troppo spesso  disagiate, si riferisce in particolare all’Esercito e alla Polizia, agli uomini sempre invocati per darci più sicurezza e ordine ma invece mortificati dal portare ancora in estate  la divisa invernale perché non ci sono soldi per avere quelle estive. Uomini che hanno a volte un unico paio di scarpe perché non si è stati nelle condizioni di dargliene due….

Ci stiamo incamminando verso l’abolizione della leva se il Senato  approverà la legge già presentata alla Camera, è perciò più che mai necessario affrontare le condizioni del personale militare, commenta il Presidente della Commissione difesa, Valdo Spini. Che ricorda le richieste dei militari: dall’assegno casa all’uscita dal Comparto della Funzione Pubblica in vista di una contrattazione ad hoc per le Forze Armate e Forze di Polizia.

Per il Generale SIRACUSA non si può andare oltre neppure con i premi di incentivazione legati alla produttività, calcolata in termini di arresti, sequestri, ecc.”Noi non siamo l’officina che produce tante macchine al giorno, non è così semplice”. Aggiunge poi anche “l’Arma è sempre solida e compatta in tutte le sue articolazioni”. L’altro allarme riguarda invece gli ausiliari di leva, destinati a scomparire gradualmente con l’abolizione del servizio militare obbligatorio e l’avvento di forze armate composto solo di volontari. Il numero degli ausiliari oggi in servizio è di 17.500, quasi tutti (12.000) nei carabinieri.  

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 PANORAMA DEL 24/08/2000

MALESSERE DEI MILITARI

 IL PIU’ POVERO DELLA FOLGORE

Arriva da Livorno una testimonianza del malessere economico nelle Forze Armate. Nella lista di 570 famiglie povere alle quali il Comune erogherà 3 milioni l’anno per tre anni come integrazione all’affitto, compare quella di un Maresciallo della FOLGORE. L’uomo 38 anni e 20 di servizio, si chiama GASPARDO, a moglie e figlio a carico, paga 1 milione di pigione e guadagna sui 23 milioni. Il suo nome compare fra quelli disoccupati, extracomunitari e cassaintegrati. Voglio che tutti sappiano ha spiegato a PANORAMA “in che condizioni vivono i militari”! commenta Domenico LEGGIERO, del COCER Esercito: “Ci consentono di sposarci ma non di accedere ad alloggi di servizio. 

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  ARTICOLO TRATTO DA UN QUOTIDIANO NAZIONALE

 MILITARI MAL PAGATI E CON POCHI ALLOGGI

 CERVONI:
 raggiunto il livello di attenzione, nelle missioni stipendi inadeguati

Il capo dell’Esercito: ci sono 11 mila alloggi per 30 mila aventi diritto. L’AMMIRAGLIO Guarnieri: maggiori indennizzi anche per i trasferimenti. Il COCER Sabato sarà da AMATO-

ESERCITO:
LE DIFFERENZE TRA LE BUSTE PAGA IN PATRIA                                   

 

ITALIA

G.BRETAGNA

FRANCIA

SPAGNA

GERMANIA

TENENTE GENERALE 

6.000.000

26.0840520

13.500.000

7.241.000

13.800.000

MAGG. GENERALE     

5.000.000

20.500.000

11.063.975

6.720.502

11.800.000

BRIGAD. GENERALE  

4.300.000

15.712.000

10.105.815

6.189.429

10.050.000

COLONNELLO

3.500.000

13.484.772

8.534.055

5.383.126

8.100.000

TEN. COLONNELLO

3.300.000

11.602.080

7.593.005

4.761.293

7.500.000

MAGGIORE

2.650.000

8.602.776

5.738.930

4.096.820

5.857.830

CAPITANO

2.550.000

6.669.936

5.075.475

3.701.075

5.100.000

TENENTE

2.350.000

5.095.944

4.894.000

3.242.416

4.300.000

SOTTOTENENTE

2.100.000

3.478.104

2.908.405

3.058.911

3.050.000

AIUTANTE

2.800.000

6.842.556

4.437.390

4.158.166

4.295.610

SERGENTE

2.000.000

5.199.012

2.598.000

3.125.019

2.650.000

SOLDATO

1.600.000

2.944.620

2.032.815

1.850.770

2.450.170

Fonte: Stato Maggiore dell’Esercito    -La tabella indica lo stipendio netto-mese.

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“L’ARENA DI VERONA” DEL 12/12/1999

 STIPENDIO TROPPO MAGRO?

I MILITARI DI MONTORIO STAVOLTA SALTANO IL RANCIO

  «Trattamento economico inadeguato? Stipendio troppo magro? E i militari saltano il rancio! E’ la singolare protesta inscenata mercoledì dai soldati e dai sottufficiali dell’85° Battaglione volontari della caserma di Montorio, che ha così voluto manifestare il proprio malcontento per il perdurare del blocco degli aumenti delle retribuzioni. Per legge infatti - e a differenza della Polizia - i militari non possono né scioperare né manifestare pubblicamente il proprio dissenso. L’unica forma di protesta consentita è l’astensione dal rancio, per altro già attuata nelle ultime settimane in centinaia di caserme di tutta Italia, incluse quelle dei Carabinieri, la prima arma dell’esercito ad aver avanzato proteste per il ridicolo aumento di 18 mila lire concesso dalla Finanziaria ai sottufficiali della Bene- merita. «L’aumento di stipendio dato ai Carabinieri ha scatenato un vespaio di critiche tutto sommato giuste» dice uno dei marescialli della caserma di Montorio. «Non abbiamo saltato il pranzo, solo per fare fronte comune con tutte le altre caserme. Il rifiuto del rancio vuole essere soprattutto un modo per attirare l’attenzione su una categoria tra le peggio retribuite del Paese. Un maresciallo con 18 anni di servizio, tanto  per fare un esempio, prende oggi 2 milioni e 300 mila lire per 13 mensilità, lavorando però anche di sera o di notte domeniche e festivi compresi.

E’ ‘un trattamento economico francamente imparagonabile a qualsiasi altra retribuzione del pubblico impiego. Un caporale in attività», continua «che con il soldato semplice corre fra l’altro il rischio di essere la prima figura militare a 
dover partire in caso di guerra, non arriva a percepire che un milione e 
novecento mila lire al mese. Se a questo» conclude «aggiungiamo le spese di 
viaggio necessarie a raggiungere le nostre famiglie a 500 o 600 chilometri di distanza, ben si comprendono le nostre difficoltà». Anche i Carabinieri, vogliono tenere viva la fiamma. Non quella che risalta sul cappello, ma quella della 
protesta, pur in modo composto e silenzioso. «Non vogliamo, beninteso, criticare
 le retribuzioni più elevate degli ufficiali» dice un
maresciallo di Via Salvo d’Acquisto. «Loro hanno grandi responsabilità di comando. Noi non vogliamo assolutamente lo stipendio di altri. Siamo però in prima linea giorno e notte, 
feste comprese. Sappiamo di rischiare la vita ad ogni posto di blocco per poco
 più di due milioni al mese»

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“L’ARENA DI VERONA” DEL 12/12/1999

 MALESSERE NELLE FORZE ARMATE

E I MILITARI DISERTANO LA MENSA

Anche all’Ex 3° Stormo le rivendicazioni di carattere nazionale

 

Villafranca. Casa, stipendi, carriera: i militari chiedono certezze e maggiori attenzioni. Per questo la maggior parte dei militari dell’ex Terzo stormo ieri si è astenuta (come il 9 dicembre) dalla mensa all’ora di pranzo: il gesto è da considerare un atto di sciopero ed è avvenuto anche in altre caserme veronesi e italiane, Il motivo della velata dimostrazione sindacale (i militari non possono scioperare) è un «profondo disagio, malessere e demotivazione degli uomini delle Forze Armate». Questo ha infatti denunciato nei giorni scorsi al residente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il Cocer  (il comitato di rappresentanza) del comparto Difesa dell’esercito, l’aeronautica e la marina. Alla base della diserzione in mensa c’è un malessere nato dopo la legge per la riforma delle forze armate: in particolare «la politica sulla mobilità», denuncia il Cocer, «è non supportata da un adeguato ammodernamento di mezzi e equipaggiamento» e «il programma di ristrutturazione, costruzione e ammodernamento degli alloggi si è trasformato in un angoscioso stato di apprensione per il personale, che è stato privato di ogni certezza per il futuro, con perdita di tranquillità per interi nuclei familiari».

Sul lato economico la rappresentanza di base delle forze armate critica un «Paradossale fenomeno di retribuzione maggiore per il personale con minore anzianità»: «i provvedimenti per elevare del 30 per cento le retribuzioni a dirigenti e vertici»; la «ingiustificata disparità tra i militari delle forze armate e i corpi armati» e la «scarsa disponibilità del Governo sull’incremento del fondo degli straordinari». Il Cocer sottolinea come i militari «ristagnino per anni nella stessa posizione di carriera». Per questi motivi, ribadendo l’assoluta fedeltà alle istituzioni, anche il personale della base di Caluri ha condiviso la richiesta a Ciampi di farsi interprete delle necessità dei militari e di sanare una situazione «ormai insostenibile».

 

 

 
 

 

   
 

 


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