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<<Il Governo sostiene che l’adesione ad un partito da parte di un militare “potrebbe determinare la lesione del principio di terzietà delle Forze armate e…  va considerato
comportamento suscettibile di assumere rilievo anche sotto il profilo disciplinare”.>>


 

 

Dal Governo: forti limitazioni per l'iscrizione ai partiti.
 

Roma, 9 apr. - All'interno la risposta in Commissione Difesa del Sottosegretario On. Crosetto, sulla limitazione dell'iscrizione ai partiti politici da parte dei militari. Condividi
 

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m.c.


La risposta all'interrogazione
 del Sottosegretario di Stato alla Difesa - On. Crosetto



ALLEGATO 1

Interrogazione n. 5-04535 Rugghia:

sulle eventuali iniziative che il Ministero intenda assumere per garantire una corretta informazione in merito all'esercizio del diritto di associazione per il personale militare.
 

SEGUE TESTO DELLA RISPOSTA DEL SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA DIFESA - ON. CROSETTO.
 

Desidero, in premessa, elencare i riferimenti del quadro normativo in materia, da cui emerge che:

l'articolo 98 della Costituzione dà facoltà al legislatore di stabilire limitazioni al diritto d'iscriversi ai partiti politici, tra gli altri, per militari di carriera in servizio attivo e per i funzionari e agenti di polizia;

la legge n. 121 del 1981 ha dato corpo a tale opzione applicando alle Forze di Polizia (articolo 16) il divieto in parola per un anno dalla sua entrata in vigore, con successive proroghe sino al 1990;

l'Arma dei Carabinieri, pur ricompresa nel novero delle Forze di Polizia ai sensi dell'articolo 16 citato, ha collocazione autonoma nell'ambito del Dicastero, con rango di Forza armata e, pertanto, come affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 449 del 1999, gode di un regime giuridico del tutto peculiare, che la distingue nettamente dalla Polizia di Stato, con riferimento alla quale non si può quindi invocare la comparazione, per ontologica diversità delle situazioni messe a confronto.

Ciò posto, la norma di legge applicativa della facoltà prevista dall'articolo 98 della Costituzione va ricercata nelle norme di principio sulla disciplina militare (articolo 6 della legge n. 382 del 1978, riassettato dall'articolo 1483 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66), le quali nel regolare l'esercizio dei diritti politici da parte dei militari, pur non declinando espressamente il divieto in tema, tuttavia:

premettono il principio generale secondo cui le Forze armate debbono, in ogni circostanza, mantenersi al di fuori delle competizioni politiche;

vietano la partecipazione a riunioni/manifestazioni di partito, nonché l'attività di propaganda in favore anche di singoli candidati alle elezioni, politiche ed amministrative, nelle condizioni di cui all'articolo 5 della legge 382 del 1978 (ora riassettato dall'articolo 1350 del decreto legislativo 66 del 2010), ossia con modalità tali da non consentire che la qualità di militare sia percepita all'esterno.

Premesso tale breve quadro di riferimento normativo, giova ora osservare come l'iscrizione ai partiti politici si caratterizzi per l'instaurazione di un rapporto con il partito che:

esclude la possibilità di mantenere riservata la qualità di militare dell'aderente al partito e, dunque, di rispettare le condizioni richieste del richiamato articolo 1350 del decreto legislativo 66 del 2010;

risulta stabile;

comporta un impegno alla cura degli interessi del sodalizio, in caso di assunzioni di cariche, che si traduce nell'esercizio di attività politica in concreto;

implica la soggezione alle norme statutarie del partito.

In ragione di tali considerazioni è possibile sostenere che l'adesione ad un partito:

potrebbe determinare la lesione del principio di terzietà delle Forze armate, sancito dal combinato disposto del citato articolo 1483 del decreto legislativo n. 66 del 2010 e dell'articolo 713 del decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010, che ha riassettato l'articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 545 del 1986, che potrebbe risultare - in forza della disciplina di partito - condizionante la condotta della persona fisica militare, nonché del richiamato articolo 1350, comma 3 del Codice dell'Ordinamento militare;

va considerato comportamento suscettibile di assumere rilievo anche sotto il profilo disciplinare, ai sensi dell'articolo 751, lettera a), n. 9) del decreto del Presidente della Repubblica n. 90 del 2010.

Fatti questi doverosi chiarimenti, e per affrontare nel merito i quesiti posti con l'atto in argomento, desidero sottolineare che i contenuti della lettera del Comandante Interregionale «Vittorio Veneto», non contengono «interpretazioni fuorvianti delle concessioni che la legge stabilisce», ma sono invece da considerarsi, per quanto sopra argomentato, pienamente legittimi, in quanto aderenti alla vigente normativa in materia ed ai principi espressi dalla giurisprudenza.


 

LA REPLICA ALLA RISPOSTA, DELL'ON. RUGGHIA
 

La seduta comincia alle 15.25.

5-04535 Rugghia: Sulle eventuali iniziative che il Ministero intenda assumere per garantire una corretta informazione in merito all'esercizio del diritto di associazione per il personale militare.


Antonio RUGGHIA (PD) replicando, si dichiara insoddisfatto della risposta, che fornisce un'interpretazione assolutamente non condivisibile dei riferimenti normativi.

Occorre invece ribadire il principio secondo cui limitazioni all'esercizio dei

 

diritti politici fondamentali del personale delle Forze armate sono sicuramente giustificabili solo quando vi siano superiori interessi e nelle forme strettamente necessarie.

In questo ambito, si può comprendere il divieto di svolgere attività in seno a partiti politici solo nella parte in cui ciò risulta inconciliabile con le

attività di servizio.

Non è invece consentito interpretare in modo estensivo alcun divieto che non sia espresso testualmente nelle disposizioni di legge, proprio per la natura dei diritti individuali che risulterebbero indebitamente compressi.
 

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