Diritti dei militari: ogni iniziativa a favore delle vittime del dovere merita ospitalità sul nostro portale” “Partecipiamo ai nostri utenti la presente iniziativa che intende dare conoscenza del mondo militare attraverso le voci di coloro che lo vivono direttamente” Roma, 13 dic - Cittadini in divisa, le loro storie in un libro per raccontare le verità ignorate. “Una parte della società italiana vive ancora priva di quei fondamentali diritti che la Costituzione riconosce indistintamente a tutti i cittadini e fra questi i militari e gli appartenenti alle Forze di polizia possono essere considerati i “minus habentes” del terzo millennio.” Approfondisci l'argomento >>>
Roma, 17 gen. 2012 - La
questione, tanto semplice per come è
iniziata, sfocia in un una incredibile
serie di vicissitudini che mostrano
sempre più come la condizione di
cittadino militare, “aggravata”, a
quanto pare, dall’essere delegato della
rappresentanza, si sposti talvolta al di
fuori dei confini della logica e dei
diritti.
Era necessario ascoltare due Tribunali
Militari per acquisire che l’art. 21
della Costituzione, relativo alla libera
manifestazione di pensiero – nel caso di
specie all’esercizio del diritto di
critica – è applicabile a tutti, anche a
coloro che indossano una divisa?
Ora la diatriba, dopo essere naufragata
anche in sede “disciplinare di stato”,
ha visto l’incolpato, seppur
“innocente”, sanzionato dal proprio
Comandante, come se delle regole non
scritte obbligassero comunque la
gerarchia in tal senso.
Punirne uno per educarne cento?
Certamente il Primo Maresciallo avrebbe
tutti i diritti di contestare anche
quest’ultima sanzione (ed a parere della
scrivente con enormi possibilità di
successo) ma riteniamo che rendere noto
l’accaduto possa essere propedeutico
alla riapertura del dibattito, sempre
piè necessario, sulla tutela del
delegato della rappresentanza militare
e, ancor di più, sulla legittima
applicazione dei diritti
costituzionalmente garantiti anche per
i professionisti in uniforme.
Al Signor Capo di Stato Maggiore
dell’Esercito,
e per
conoscenza
Ai
delegati del CoCeR Interforze
Oggetto: Tutela del delegato.
Allegati: n.1 - Relazione Tutela
Delegato
Seguito comunicazione telefonica con il
Presidente del CoCeR con cui mi è stato
comunicato che il Capo di SME non
intende ricevermi di persona ma che in
alternativa attende una mia istanza
scritta di merito.
Trasmetto al Signor Capo di Stato
Maggiore dell’Esercito, per il tramite
del Co.Ce.R. sez. Esercito, l’allegata
relazione.
Roma, 12 gennaio 2012
Luca Tartaglione
(Delegato Co.Ce.R.)
SEGUE
LETTERA INVIATA AL CAPO DI SME.
Al Signor Capo Stato
Maggiore Esercito
Egregio Comandante,
Con la presente il sottoscritto Primo
Maresciallo Luca Tartaglione, Delegato
Cocer Interforze, in merito alle ultime
vicissitudini occorse, intende precisare
quanto segue affinché non ci siano dubbi
sulle intenzioni dello scrivente.
A tal proposito, l’argomento che si
vuole trattare è relativo alla TUTELA
DEL DELEGATO della Rappresentanza
Militare nell’accezione più generale,
meno che mai accidentale dello
scrivente. E’ indispensabile chiarire
questo passaggio affinché sia restituita
quell’onorabilità persa come uomo,
militare e Delegato Cocer.
La questione sicuramente a Lei è nota,
nasce contestualmente all’inizio del
Decimo Mandato Rappresentativo nel
momento in cui la mia persona viene
coinvolta per uno scritto pubblicato sul
web in epoca antecedente all’assunzione
della carica di Delegato Cocer. Si è
trattato di una querela di parte ad
opera di un collega (Delegato CoIR). Il
Tribunale Militare di Napoli prima e
successivamente la Corte di Appello di
Roma hanno attestato che:
“…nell’articolo in contestazione, del
qualenon è stata accertata la paternità
viene espressa una critica ….,
nel legittimo esercizio del diritto
di critica, costituzionalmente garantito
dall.21 Cost., e deve conseguentemente
ritenersi sussistente, nel caso di
specie, la scriminante di cui
all’art.51, comma 1, c.p., sicché
l’imputato va assolto dal reato
ascrittogli perché il fatto non
costituisce reato..”
Addirittura, nella Sentenza delle Corte
di Appello si condanna alle spese la
parte civile che aveva promosso
temerariamente ricorso nel secondo grado
di giudizio!
In estrema sintesi, in primis non si
annovera allo scrivente l’accertamento
della paternità dello scritto e nel
merito di quanto viene argomentato, non
si rilevano offese e diffamazioni a
chicchessia.
Ci sono voluti 4 lunghissimi anni, due
processi tra Palermo, Napoli e Roma,
molteplici umilianti udienze, decina di
testimoni ed oltre 15mila euro di spese
legali, per affermare che nel merito di
quello scritto non vi era alcunché di
diffamatorio. Non si poteva determinare
sin dall’inizio la natura di quelle
parole anziché procedere di udienza in
udienza per accertare i fatti e l’autore
dello scritto? Il paradosso ha
dell’incredibile, dopo aver cercato in
tutti i modi di attribuire allo
scrivente la paternità di quello
scritto, quando ogni tentativo
indiziario è risultato tale, poiché mai
poteva essere altrimenti, ecco giungere
la Sentenza: “poiché il fatto non
costituisce reato, il diritto di critica
è costituzionalmente previsto”.
(Caspita!?).
La domanda sorge spontanea, in un
Tribunale ordinario, anziché Militare,
si sarebbe proceduto allo stesso modo?
Oppure la mole di lavoro avrebbe
suggerito una via più celere e meno
onerosa? Soprattutto, quale cittadino
avrebbe mai intentato una causa penale
per delle parole che ad occhio balzano
prive di diffamazioni ed offese,
piuttosto avrebbe richiesto diritto di
replica ed avrebbe dato la Sua versione
dei fatti. Peraltro, queste sono
violazioni che per la loro gravità
secondaria passano dal Giudice di
Pace.
Va aggiunto, il contesto in cui si era
svolta la vicenda, erano tempi di un
Mandato Rappresentativo in conclusione
ed uno nascente in campagna elettorale.
In qualunque momento si volesse fare un
esperimento recuperando, ora per allora,
materiale di opinione sul web troveremmo
di tutto e di più e con ben più alte
gravità. Troviamo critiche ben più aspre
nei confronti di militari o questi
ultimi nei confronti di altri.
Non c’è giorno in cui sul web non
arrivano critiche, accuse,offese,
malignità, diffamazioni di ogni genere,
contro la Rappresentanza, contro i
Delegati CoCeR, rispetto alle quali
nessuno si prende la briga di difendere,
querelare, ridare quel minimo di dignità
di un Organismo, un Ufficio interno
dello Stato Maggiore Difesa. Ho la vaga
impressione che se le stesse maldicenze
cadrebbero giornalmente su un qualunque
altro Ufficio della Difesa ogni giorno
scatterebbero querele alle autorità
militari e civili. E perché con la
Rappresentanza, per i Delegati CoCeR
nessuno alza una parola in difesa?
Nel caso di specie la presunta diatriba
tra Delegati COIR, lo scrivente il
querelante ed il coimputato (anch’egli
delegato COIR e COCER), si è trascinata
dall’interno all’esterno
dell’Amministrazione, senza che nessuno
facesse da mediatore, nei limiti e nei
vincoli di una Rappresentanza interna
che per un minimo di tutela del
personale deve faticare oltre modo per
un pochino di ascolto. Se solo si
fossero analizzate le ragioni messe in
gioco nel merito dello scritto, aldilà
del personalismo dei singoli,
probabilmente avremmo risolto alcune
tematiche ancora oggi pendenti
all’interno delle Caserme. Piuttosto che
guardare alla sostanza, ai motivi reali
dello sfogo dell’articolista anonimo si
è aperto un procedimento tra Delegati.
Confusione su confusione si è aggiunta
alle già limitate prerogative in seno ai
Delegati, si è messa in dubbio per
cinque anni che i Rappresentanti siano
soggetti destinatari della libertà di
espressione, di opinione. Si è data
l’idea che è meglio non lasciarsi andare
a “pericolosi” comunicati, a scritti che
prima o poi qualcuno potrebbe querelare.
Questa lunga ed estenuante odissea mi ha
mortificato nello spirito e nella carne.
Mi ha annichilito, inibito ogni tipo di
attività creativa propositiva. Ho
aspettato gli eventi in difesa,
fiducioso della giustizia e sicuro di
non aver nulla di cui pentirmi.
Ribadisco, lo scrivente non fu l’autore
di quello scritto come evidenziato dalla
stessa polizia postale, la quale ha
ammesso l’impossibilità di addebitare la
provenienza di quel file.
Come se non bastasse ciliegina sulla
torta, a chiusura dell’intera vicenda,
si è avviato un processo disciplinare
nei miei confronti, poiché in capo allo
“status” di militare non basta quanto
asserito dai Tribunali militari, vi è un
risvolto disciplinare, etico, formale,
che non può essere assolutamente
tralasciato
ovvero dopo 4 anni di un logorante ed
estenuante procedimento penale laddove
ho avuto giustizia dalla Corte Militare
di Appello che ha confermato come
l’esercizio del diritto
costituzionalmente tutelato di
manifestare liberamente il proprio
pensiero (art. 21 Cost.) è riconosciuto
a tutti i militari, e questo per aver
reagito, a detta della Corte, da
delegato a difesa della Linea di Comando
dell’Esercito Italiano! ma ironia della
sorte, la stessa Linea di Comando ha
ritenuto di dovermi sanzionare
disciplinarmente per effetto di un
giudicato penale ed in funzione del mio
mandato CoCeR laddove (e questo è un
aspetto eloquente) in epoca dei fatti di
causa lo scrivente non rivestiva la
funzione di delegato CoCeR.!!
dunque sanzionato disciplinarmente, per
le motivazioni tratte dai noti fatti di
causa, a seguito di un giudicato penale
ed innanzi a questioni penali di
diffamazione a mezzo internet, peraltro
ampiamente dibattute nei due gradi di
giudizio ed in cui i Giudici del
Tribunale Militare e della Corte
Militare di Appello non hanno rilevano
violazione di norme amministrative e ne
violazione degli impegni assunti con il
giuramento tantomeno offese o discredito
alla persona, in relazione allo status e
al grado rivestito. Il tutto condito
con un tocco di umiliazione allorquando
la sanzione è stata notificata
all’odierno delegato COCER a cura di un
inferiore di grado!!
In altre
parole, si è fatto un ulteriore passo in
indietro, non c’entra più il merito
dello scritto, le presunte diffamazioni,
ma semplicemente l’aver pubblicato sul
web, fuori dai luoghi consentiti
(bacheche nei reparti), orientamenti
personali. Di che stiamo parlando?
Abbiamo idea della mole di pubblicato
sul web ad opera di colleghi, Delegati
Cobar, Coir e Cocer? Dopo di questo
precedente ho la forte paura che per una
ragione di giustizia, si procederà
all’identificazione di tutti gli autori
di scritti sui siti, forum, blog che in
qualche modo si occupano di materie
militari a vario titolo. In effetti,
secondo tale assunto, non occorre una
querela di parte, non occorre che ci sia
diffamazione, il solo fatto di aver
pubblicato pensieri inerenti il mondo
militare, fuori dal recinto delle
caserme, sarà motivo sufficiente per la
caccia alle streghe.
Tanto è vero che, la paura di pericolose
derive ha fatto il giro all’interno del
CoCeR Interforze e sulla scia delle mie
note vicende, si sono attivati alcuni
colleghi per richiedere, ai sensi del
Nuovo Codice dell’Ordinamento, una
seduta straordinaria sulla TUTELA DEL
DELEGATO. Un confronto diretto volto a
chiarire una volta per tutte limiti e
prerogative dei Rappresentanti, evitando
di lasciare i dubbi e le scelte di chi,
dove e quando per cosa intervenire,
piuttosto che per altri, far finta di
niente lasciando spazi indefiniti. Sia
ha l’impressione che esista una zona
franca per alcuni e una soglia punitiva
per altri. Dipende dalla Sezione, dalla
Forza Armata, dai Delegati, dai Capi
Reparto, Presidenti Cocer, e chi più ne
ha più ne metta. Insomma, la TUTELA DEL
DELEGATO dipende da un sacco di fattori
sempre meno oggettivi e lasciati a
libera interpretazione.
A questo punto spero sia più chiaro di
quale “TUTELA DEL DELEGATO” ho inteso
relazionare. L’altra faccia della
“TUTELA DEL COLLEGA” e degli interessi
del personale. Senza queste due facce
della stessa moneta, la Rappresentanza
resta fine a se stessa, sembra il dito
che punta alla luna mentre gli altri
guardano il dito ed accusano i Delegati
delle peggio nefandezze. Qui non sono in
gioco i piccoli interessi dei singoli o
il risentimento del sottoscritto per la
triste vicenda, qui occorre rivedere
l’intero sistema, fare chiarezza ed
evitare soprattutto che sia accusato di
essere un “sindacato giallo”. Sono
evidenti talune forzature,
conflittualità di interessi, da un lato
l’esigenza dell’Amministrazione
dall’altro il benessere del personale.
Non tutti i mali vengono per nuocere,
dalla vicenda personale si è fatta
giurisprudenza, chiarendo ancora una
volta (e non è mai abbastanza) i limiti
della libertà di espressione. Ogni
cittadino, ancorché militare, ai sensi
della Costituzione Art.21, ha diritto di
opinione, può criticare, esercitare il
libero pensiero solo nei limiti previsti
per legge. E’ importantissimo questo
passaggio perché tra qualche mese si
svolgeranno nuovamente le elezioni per i
Consigli di Rappresentanza, mi
piacerebbe pensare che questo scritto
abbia evitato le stesse sofferenze
patite dal sottoscritto perché di
indicibili sofferenze si tratta che
danni enormi hanno causato alla mia vita
familiare.
Signor Capo di SME,
voglio sperare in una Sua autorevole
condivisione circa l’auspicio di una
futura maggiore severità
nell'accertamento di determinate
condotte da parte della Magistratura
Militare per ipotesi che la Magistratura
ordinaria ha di fatto quasi
depenalizzato demandandole alla
giurisdizione del Giudice di Pace.
Spero convenga sulla assoluta
sussistenza dell’interesse pubblico a
fare chiarezza circa la portata e i
limiti del mandato rappresentativo dei
delegati militari con particolare
riferimento agli artt. 1466 e 1472 del
Cod. Ord. Mil. e che di questo si faccia
carico. Infatti se l'esercizio di un
diritto, quale quello di manifestazione
del pensiero e di quello di critica che
ne costituisce necessario corollario,
non possono comportare l'irrogazione di
sanzioni disciplinari per espressa
disposizione dell'art. 1466 C.O.M., per
un delegato della rappresentanza
militare questa forma di tutela assurge
proprio a garanzia di piena libertà e
autodeterminazione nell'esercizio del
mandato. Il limite a tale diritto di
critica o manifestazione del pensiero
non può essere ravvisato "nel grado di
suscettibilità del lettore" ma solo nel
confine dettato dalle condotte
insubordinate, ingiuriose o
diffamatorie. Fuori da queste ipotesi,
sanzionare disciplinarmente l'esercizio
di un diritto equivale a sancirne
l'abrogazione. Questo vale a maggior
ragione per i delegati della
Rappresentanza Militare, poiché la
risonanza della condotta sanzionatoria,
inevitabilmente amplificata dalla
notorietà rappresentativa, fa assumere
all'evento, più che una ipotesi di
sanzione di un fatto, momento di
chiarezza circa i limite dell'esercizio
del diritto di espressione del pensiero
da parte dei militari rappresentati,
tenendo presente che l'attività del
delegato Cocer è essenzialmente
mediatica, di continuo confronto e di
contributo di idee (siano le stesse
condivise o meno). Limitare tale facoltà
per i delegati contribuisce ancora di
più ad anemizzare le già poche
prerogative di cui godono i
rappresentanti dei militari.
Egregio Capo di Stato Maggiore, chiedo
scusa per la straordinarietà
dell’intervento, per l’eccessiva
lunghezza dello scritto e per le parole
figlie di uno sfogo da troppo tempo
contrato.
La ringrazio per l’attenzione, attendo
fiducioso una risposta, una Circolare,
una discussione sulla TUTELA DEL
DELEGATO l’altra faccia della TUTELA DEL
PERSONALE.
Mi preme inoltre ringraziare i Colleghi
del Cocer che mi sostengono in questo
chiari
mento.
Roma, 12 gennaio 2012
Con deferenza
Luca Tartaglione (delegato Co.Ce.R. -
Primo Maresciallo dei
Bersaglieri)
Per ulteriori informazioni, o per eventuali errori su questo argomento,
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