Fondi Pensione e Risarcimento danno per tutti i militari – Non è sempre oro quello che luccica –

 

Associazione di Militari Uniti in Sindacato

In collaborazione con il Centro Studi Diritto Militare di

 

RISARCIMENTO DEI DANNI AI MILITARI

PER IL MANCATO AVVIO DELLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

 Non sempre è oro tutto ciò che luccica

Alla diffusione di titoli altisonanti diffusi in rete sono conseguiti centinaia di contatti di militari desiderosi di avere informazioni in merito a una recente pronuncia, con cui la Corte dei Conti di Bari avrebbe riconosciuto a un militare il risarcimento dei danni per il mancato avvio della previdenza complementare (C. Conti Puglia Sent. n. 207/2020). Questa ondata di richieste ha peraltro creato notevoli disagi organizzativi ai nostri uffici imponendoci di commissionare uno studio urgente ai collaboratori del Centro Studi Diritto Militare al fine di valutare gli effettivi riflessi di questa pronuncia sui diritti economici e previdenziali del personale militare.

In primo luogo occorre precisare che la menzionata pronuncia rappresenta un evento pressoché isolato rispetto al quadro giurisprudenziale configurato dai pronunciamenti delle altre sezioni regionali che invece hanno dichiarato inammissibile, dinanzi al giudice delle pensioni, sia la questione del mancato avvio dei fondi che quella relativa al risarcimento dei danni (Sez. Giur. Lombardia, n.81/2017 e n.99/2017; Sez. Giur. Marche, n.10/2017; Sez, Giur. Piemonte, n.4/2016; Sez. Giur. Abruzzo, n.10/2016 – citate nella medesima sentenza C.C. Bari).

Occorre poi evidenziare che la sentenza di Bari, stando alle nostre risultanze, non è ancora passata in giudicato, ciò vuol dire che l’Inps o il Ministero Difesa, se non lo hanno già fatto, potrebbero ancora promuovere un giudizio di appello.

Tuttavia, l’aspetto a nostro avviso più critico è quello relativo alla premessa di fatto e alle conseguenze di diritto relative alla sentenza in argomento.

In particolare, si evince dalla premessa di fatto che il ricorrente ha formulato in via amministrativa alla propria amministrazione la c.d. “domanda di opzione” (punto n. 2 della premessa di fatto della sentenza in commento). Trattasi di una opzione prevista dalla legge (vedi i vari richiami indicati nella stessa sentenza) che permette sostanzialmente di “trasformare” il sistema di calcolo della pensione da misto o retributivo, a interamente contributivo con le note conseguenze negative sul piano del valore della pensione. La legge tuttavia permette a coloro che optano per tale sistema l’integrazione della pensione con i c.d. fondi integrativi, alimentati da contributi minimi del lavoratore e del datore di lavoro oltre ad ulteriori eventuali contributi volontari.

Questo meccanismo opzionale, però, coinvolge, collegandolo alla previdenza complementare, anche il sistema di calcolo della Indennità di Buonuscita con la trasformazione in TFR, con le note conseguenze negative. E’ risaputo, infatti, che il valore della somma percepita con il congedo a titolo di “buonuscita” (o T.F.S.) è notevolmente superiore a quello percepito a titolo di T.F.R. giacché, in quest’ultimo, il sistema di calcolo è fondamentalmente basato non sull’ultimo stipendio (come la buonuscita) ma, diversamente, sui contributi versati. Lo stesso legislatore, consapevole del costo della Buonuscita, aveva nel 2011 tentato la trasformazione della indennità in TFR, legge che veniva successivamente dichiarata incostituzionale proprio sulla scia dei ricorsi proposti dai militari anche per mezzo del sito www.forzearmate.org e della Sideweb.

Nella sostanza, la sentenza in argomento non riconosce valori integrativi o emolumenti che aumentano il totale della pensione che si andrà a percepire, ma solamente un indennizzo il cui valore dovrà essere calcolato sulla base del rendimento prodotto dai fondi negli ultimi 25 anni.

Il giudice, invero, ha affermato che “ … Ai fini di quantificare il danno patrimoniale riferibile al montante accumulato fino a tutt’oggi, tenuto conto che la durata del giudizio non deve andare a detrimento della tutela richiesta dal ricorrente, la metodologia più corretta è quella di mettere a confronto il montante in regime di TFR, ossia in caso di avvio tempestivo del fondo pensione e contestuale esercizio dell’opzione, con quello in regime di TFS, ossia in caso di mancato avvio del fondo “.

Apparentemente un ottimo e ambito risultato, ma con alcuni distinguo…

Occorre innanzitutto ribadire che, stando alla premessa di fatto riportata nella stessa sentenza, l’indennizzo ha come condizione propedeutica la richiesta da parte dell’interessato del transito dal regime misto/retributivo a quello totalmente contributivo, con le drastiche conseguenze già prevedibili in termini di perdita economica. Basti pensare che, anche volendo disconoscere gli effetti in termini di “precedente giurisprudenziale” delle prevalenti pronunce negative delle altre corti regionali, se dovessero costituirsi i fondi pensione dei militari (ipotesi non così improbabile alla luce delle recenti riforme sindacali), l’acquisizione in via giudiziale di un indennizzo condizionato all’opzione in argomento diverrà una situazione giuridica certamente incompatibile con il mantenimento del regime misto o retributivo e quindi con il mantenimento dell’indennità di buonuscita. E’ lo stesso giudice, invero, ad assumere a parametro del calcolo il confronto con il regime di TFR.

In buona sostanza, il nostro timore è che potrebbe trattarsi di una “vittoria di Pirro”, nel senso che in presenza di una sentenza di accoglimento l’interessato da una parte riceverebbe un parziale indennizzo, dall’altra potrebbe vedersi successivamente ridurre l’assegno di fine servizio con il transito dalla Buonuscita (T.F.S.), calcolata con il più favorevole sistema retributivo, al T.F.R. che è invece calcolato con il più svantaggioso sistema contributivo (trattasi di una differenza che può arrivare ad alcune decine di migliaia di euro). Si aggiunga infine l’incerta e penalizzante prospettiva per quanto attiene l’eliminazione della parte retributiva della pensione (conseguente appunto all’opzione richiesta al regime contributivo).

La situazione si complica ancora di più se si pensa che più giovane è il militare più ridotto è il valore dell’eventuale indennizzo, mentre per quanto riguarda il personale già in pensione la condizione processuale potrebbe essere ancor più critica se si considera che tali soggetti avrebbero dovuto, in costanza di servizio, formulare in via amministrativa istanza di opzione al T.F.R.

Alcune nostre riserve, infine, si manifestano con riguardo al valore dell’ipotetico indennizzo.

A tal riguardo il giudice non ha determinato il valore da corrispondere ma ha semplicemente indicato un metodo che si riferisce alla ipotesi di rendimento dei contributi nel caso fossero stati versati sui fondi al tempo della riforma, prendendo a riferimento i rendimenti dei fondi esistenti relativi ai dipendenti pubblici non militari. Le nostre perplessità derivano dal fatto che nel 1995 gli stipendi in lire avevano valori molto contenuti (meno del 50% degli attuali valori in euro) e su questi valori la parte “accumulata” dovrebbe essere calcolata almeno nella misura prevista dalla legge (dal 2 al 3.2 % – vedasi ad es. fondo Espero http://www.fondoespero.it/site/conosci-fondo/contribuzione-espero).

Una delle teorie di calcolo (la sentenza, come detto, non fornisce al riguardo precise indicazioni di dettaglio) potrebbe essere quella di prendere queste quote ipoteticamente accantonate e su tale valore individuare quale sarebbe stato il loro rendimento, prendendo a riferimento “ … i rendimenti del fondo “Espero” in quanto unico fondo negoziale in essere per i dipendenti pubblici con una serie storica sufficientemente lunga, dal 2007, e, nel periodo anteriore, la media ponderata dei rendimenti del paniere dei tredici fondi negoziali individuato dal D.M. Economia e Finanze del 23 dicembre 2005 “ (così come disposto testualmente dal giudice).

Volendo fare un calcolo molto approssimativo, se consideriamo una media dei redditi pari a 30.000 euro per 25 anni e un contributo elevato pari al 3% dello stipendio di riferimento, avremmo un versamento totale negli anni dal 1995 al 2020 pari a € 22.500. Su questo valore andrebbe quindi calcolato il rendimento ovvero il valore di “Interesse” che dovrebbe essere corrisposto come indennizzo/risarcimento per il mancato avvio dei fondi pensione. L’indennizzo, pertanto (che dovrebbe corrispondere a una percentuale del valore totale dei contributi) potrebbe non corrispondere a quanto ambito (basterà in tal senso fare delle ipotesi con rendimenti anche ottimistici del 5-8% con il sistema della capitalizzazione).

L’ipotesi numerica sopra esposta rappresenta evidentemente una semplificazione finalizzata a individuare uno dei possibili parametri di calcolo. Ciò nondimeno, occorre valutare molto attentamente tutti gli elementi fin qui esposti che caratterizzano il giudizio in argomento.

In conclusione, al di là del “valore isolato” dell’orientamento espresso dalla pronuncia in commento, non può essere sottaciuto, si ribadisce, il rischio economico connesso con i possibili effetti della sentenza, se si ha riguardo al passaggio dal sistema pensionistico misto/retributivo a quello puramente contributiva (come richiesto dal ricorrente nella sentenza in esame), e, non ultime, le conseguenze connesse con la trasformazione della Indennità di Buonuscita in Trattamento di Fine Rapporto.

Giova ricordare che una ipotesi di effetti controproducenti di sentenze nel campo previdenziale si sono già verificate, ad esempio, anche con riguardo al diffuso ricorso ex. Art. 54 o 44% della pensione. Tale ricorso si sta rivelando controproducente per molti militari presi dall’entusiasmo iniziale, che alla data del 31/12/1995 aveva maturato 18 anni utili alla pensione, in quanto già titolari di un trattamento più favorevole.

Pur ritenendo la rilevanza dell’argomento,  di essenziale importanza per il personale militare, e riconoscendo alla sentenza commentata il merito di aver dato risalto al problema previdenziale dei militari, per le ragioni sopra esposte, a tutela dei suoi utenti, la Sideweb ha deciso di non voler promuovere ricorsi al riguardo, lasciando salva ovviamente la facoltà di ognuno di valutare liberamente ogni altra opzione.

 

Proposte normative di AMUS – Aeronautica –

Riteniamo che ogni militare abbia il diritto di tutelarsi in tutte le sedi e con tutti gli strumenti che l’ordinamento gli mette a disposizione, ciò nondimeno, come organizzazione sindacale l’Associazione di Militari Uniti in Sindacato ritiene che sia necessario ed urgente un intervento politico che sani l’irreparabile danno causato dall’inerzia dell’Amministrazione con il mancato avvio della previdenza complementare.

Nel programma di AMUS certamente rientra un piano di energica sollecitazione della politica in merito, indicando al legislatore quelle che per la nostra organizzazione sindacale possono considerarsi soluzioni accettabili.

Ed in particolare:

traghettamento del sistema attuale normativo sino all’istituzione della previdenza complementare prevedendo un periodo transitorio di calcolo pensionistico con sistema premiale come il moltiplicatore in quota c per tutto il personale incrementando di 7 anni l’ultima retribuzione;

modifica in rialzo dei Coefficienti di trasformazione per il personale del comparto Difesa e Sicurezza tenendo conto dei limiti di età ordinamentali, obbligatori e non derogabili che sono più bassi rispetto alla restante parte del pubblico impiego;

versamento della contribuzione per tutto il periodo dell’Ausiliaria e conseguentemente ricalcolo della quota C della pensione con l’introduzione dei contributi versati in tale periodo.

Immediata attivazione della previdenza complementare con apposite risorse finanziarie dedicate e quali misure finanziare compensative connesse ai 25 anni di mancato avvio e versamento da parte della pubblica amministrazione.

 

Riproduzione riservata

Condividi questo post