«Mio figlio, un foreign fighter italiano» Un giorno il suo ragazzo è corso a combattere in Siria, ed è stato ucciso. Carlo Delnevo prova a spiegare che cosa spinge un italiano ad arruolarsi nell’esercito dei fanatici musulmani

 

delnevo_980x571Roma, 10 gen 2015 – di Greta Privitera – La strage di Charlie Hebdo ha confermato, se ce ne fosse ancora bisogno, la minaccia costituita dai «Foreign fighters», quei ragazzi occidentali che partono per l’estero per combattere assieme alle formazioni estremiste e che a volte ritornano in patria coltivando l’idea di un attacco terroristico nel suolo natio. In una relazione davanti alla Camera, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha affermato che sono quattro i foreign fighters di passaporto italiano: uno di loro è il genovese Giuliano Delnevo, morto in Siria nel 2013. Alcuni mesi fa, Vanity Fair aveva intervistato Carlo, il padre del ragazzo genovese. Ecco il racconto di quella conversazione.

       

«Giuliano mio, ma che fai? Torna indietro, scappa». Cade la linea e Carlo Delnevo non parlerà mai più con suo figlio. Giuliano aveva i nemici a 100 metri di distanza, dal cellulare si potevano sentire i rumori della guerra. Il giorno dopo sarebbe morto combattendo come jihadista contro il regime di Bashar al-Assad, vicino ad Aleppo, in Siria. Oggi il padre, per risentire la sua voce, guarda alcuni vecchi video su YouTube, come quello in cui recita le Costellazioni del Corano, e si commuove. A 19 anni, Giuliano, genovese e cattolico, si è convertito all’Islam ed è diventato Ibrahim. Quattro anni dopo è partito per la Siria per combattere al fianco degli islamisti nella Legione degli stranieri, comandata da un ex soldato georgiano, Omar il ceceno. I video diffusi dall’Isis – lo «Stato Islamico» autoproclamatosi tra la Siria e l’Iraq del Nord – dove un boia dall’accento britannico decapita i giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff, hanno riacceso l’attenzione sul jihadismo di origine europea. Incontro Carlo Delnevo alla Spianata di Castelletto, una terrazza panoramica da cui si vede quanto è bella Genova. Gli chiedo perché, secondo lui, il suo Giuliano, un ragazzo italiano, ha scelto la jihad. «Perché la Siria e la difesa dei musulmani erano diventate le sue ragioni di vita», mi dice. «Se avessi capito il suo piano gli avrei impedito di partire».

Che cosa le ha detto suo figlio prima di scappare in Siria?
«Una frottola: che sarebbe andato in Turchia. Qualche giorno dopo sua moglie (una marocchina che aveva conosciuto su Internet, ndr) mi ha inviato un sms:“Ibrahim is fighting in Siria, Ibrahim sta combattendo in Siria”. Era la fine del 2012 e c’era la guerra civile. Ho cercato di contattarlo per telefono, mentre la mia ex moglie, sua madre, è partita per la Siria, sperando di trovarlo e riportarlo a casa. Ma Giuliano non si è fatto trovare. Aveva scelto: voleva fare lo shahid, il testimone della fede, il martire. L’ho capito troppo tardi che il suo sogno era andare a combattere contro chi “uccideva i musulmani”, contro Assad».

E a lei, al telefono, che cosa ha detto?
«“Papà sono felice, la Siria è la mia via”. Nell’Islam la frase “è la mia via” significa “è il mio destino”. Giuliano aveva sposato la parte dell’Islam più radicale. Negli anni aveva maturato l’idea che la vita terrena è effimera, e per guadagnarsi il paradiso aveva scelto il martirio. Un giorno mi ha detto: “Sai papà, ieri ho abbracciato un compagno che si è fatto saltare in aria tra le file degli alauiti (il gruppo religioso al quale appartiene il presidente siriano Assad, ndr)”. Io morivo di paura: “Giuliano tu non farlo, ti prego”».

Come è morto?
«Combattendo vicino ad Aleppo. Era l’alba del 12 giugno, i militari di Assad hanno ferito un suo amico somalo, che è finito a terra. Giuliano, senza pensarci, è uscito dal rifugio per trascinarlo al riparo. I soldati governativi, che continuavano a sparare, l’hanno colpito. Giuliano è morto per salvare un fratello».

Chi le ha dato la notizia?
«Mi ha chiamato il comandante a cui Giuliano aveva affidato il cellulare, sapeva che stava rischiando la pelle. Quel giorno, prima di andare al fronte, gli disse: “Se muoio, chiama mio padre, digli che l’ho amato e che, se si converte, staremo per sempre insieme”». L’articolo continua qui >>> http://www.vanityfair.it/news/mondo/15/01/10/foreign-fighters-italiani

 

 

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